Le verità – La recitazione di Catherine Deneuve

ARTICOLO DI Gianni Canova

“Il cinema – ha detto una volta François Truffaut – è prendere Catherine Deneuve e metterla davanti alla macchina da presa”. Intendeva dire – credo – che ci sono alcune (poche…) dive nella storia del cinema che sono così congenitamente legate al mezzo, alla macchina da presa, alla trasfigurazione sullo schermo, da depositare la loro anima nell’immagine filmica, arrivando quasi a incarnare l’essenza stessa del cinematografo.

Catherine Deneuve è stata ed è una di queste dive. Lo è stata per anni, in film come Belle de jour o L’ultimo metrò, e ora, nella sua luminosa maturità di donna (ha 76 anni), si concede allo sguardo di un regista come il nipponico Kore’eda, alla sua prima prova in Europa, per verificare quanta verità c’è ancora nel mestiere di attrice. All’inizio del film la sua posizione è netta: attrice che interpreta un’attrice che ha appena pubblicato un’autobiografia piena di omissioni, si giustifica così: “Sono un’attrice, non posso raccontare la nuda verità. La verità non appassiona”.

Eppure è proprio la verità il fantasma che ossessiona e appassiona il regista, che per tutto il film la tallona, la sfiora, la corteggia, la ripudia, la rifrange, tanto da rendere possibile e legittima la sua moltiplicazione plurale nel titolo italiano: Le verità, non più La verité, come nell’originale francese. Singolare o plurale?

Fabienne, l’attrice interpretata da Catherine Deneuve, oscilla fra verità diverse. “Sono sempre stata me stessa”, dice di sé poco dopo l’inizio. Ma poi smentisce questa affermazione. Rivela le finzioni e le menzogne di cui è intessuta la quotidianità. E pronuncia un apologo sull’arte del recitare che bisognerebbe imparare a memoria: “Preferisco essere stata una cattiva madre, o una cattiva amica, che una cattiva attrice.” Per Fabienne la recitazione non è un mestiere, è quasi una religione: “Quando le attrici si dedicano al sociale o alla politica – dice – significa che hanno perso nella loro professione. Hanno perso la battaglia sullo schermo e allora si tuffano nella realtà”.

In un mix di cinismo, opportunismo, freddezza e menzogna Catherine Deneuve si trova a dover far coincidere sullo schermo il suo corpo opulento e appesantito di matura signora borghese con la traccia emozionale che quel corpo ha lasciato indelebile nella memoria collettiva e nella storia del cinema. Ed è qui, in questo confronto fra l’essere e l’essere stata, fra il film e il metafilm, fra il vivere e il recitare, che Le verità azzecca i suoi passaggi più struggenti e la Deneuve ritrova il carisma dei tempi d’oro.

Impossibile capire quando finge e quando no. Quando dice la verità e quando mente. La recitazione è la sua condizione d’esistenza. Per recitare sacrificherebbe tutto. Forse ha sacrificato tutto. O forse no. Perché nel finale confessa alla figlia sceneggiatrice (Juliette Binoche) di esser stata gelosa di un’amica a cui aveva rubato un ruolo importante andando a letto con il regista. Lei, Fabienne, aveva rubato all’amica una parte, ma l’amica le aveva rubato l’affetto di sua figlia. E la figlia vale più di una parte in un film.

Come dire: la vita, alla fine, vince sulla finzione. E nel finale, con la Binoche tra le sue braccia, quando abbassa le palpebre materna, Catherine Deneuve ritrova la bellezza che aveva folgorato Truffaut. Vera o finta? Chissà. È una domanda, questa, a cui non si può rispondere che nel modo in cui la Binoche risponde alla figlia Charlotte: con un sorriso filosofico e per ciò stesso silenzioso.