Joker – La regia di Todd Phillips

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Vesti la giubba e la faccia infarina.
La gente paga, e rider vuole qua.
E se Arlecchin t’invola Colombina,
ridi, Pagliaccio… e ognun applaudirà!
Tramuta in lazzi lo spasmo ed il pianto;
in una smorfia il singhiozzo e ‘l dolor…
Ridi, Pagliaccio, sul tuo amore infranto!
Ridi del duol che t’avvelena il cor

Conviene partire da qui, dall’aria Ridi, Pagliaccio di Ruggero Leoncavallo, se si vuol capire e apprezzare fino in fondo la stratificata e profonda operazione culturale – quasi uno scavo dentro gli archetipi – messa in atto da Todd Phillips con Joker.

Altro che banale villain di matrice fumettistica: Joker è anche questo, certo, e non se ne vergogna, ma al tempo stesso è l’ultima incarnazione dell’archetipo del “clown tragico”, che almeno fino a un certo punto vorrebbe dimostrare di saper reggere la sua maschera comica anche se il suo cuore è ferito e straziato.

Vorrebbe fare lo stand up comedian, il personaggio di Arthur Fleck alias Joker: ed è proprio il rifiuto, l’impossibilità di essere accettato come comico a ricacciarlo irreversibilmente nel ghetto del tragico. In lui rivivono generazioni e generazioni di clown, dal Pierrot pagliaccio triste e malinconico, a tutta quella genia di buffoni e saltimbanchi con la cipria e la lacrima nera disegnata sul volto che hanno riempito la storia del cinema (da Chaplin a Fellini, certo…) e, prima ancora, del teatro e della letteratura. Joker è il loro compimento e al tempo stesso la loro nemesi.

Ma l’archetipo del clown tragico in lui si fonde con quello dell’Uomo che ride del romanzo di Victor Hugo: Gwynplaine ha il viso sfregiato che lo paralizza in una perenne smorfia. Sembra che rida, in realtà soffre. Il Joker di Joaquin Phoenix gli assomiglia: è condannato a ridere senza che la risata corrisponda a uno stato emotivo.

È la prima cosa che gli vediamo fare nel film di Todd Phillips: dopo il prologo con il furto del cartello giallo e il pestaggio in strada, vediamo un primo piano di Arthur – senza maschera e senza trucco – che ride. È una risata acida, stridula, isterica, disturbante, prolungata. Una risata che squassa, raspa, graffia, stride. Non sappiamo ancora che quella risata è una patologia, lo apprenderemo più in là: ma questa condanna a ridere anche quando non vuoi, questo dover subire la risata che arriva e disturba, è la più bella metafora della coercizione a ridere di cui ogni pagliaccio è costitutivamente vittima.

L’arco narrativo di cui Arthur è protagonista è proprio quello che va dall’aspirazione (frustrata) al comico alla condanna (subìta e voluta al tempo stesso) al tragico. Dalla condanna alla risata coatta alla liberazione della lacrima prodotta. “Tutti ridevano di me, adesso non ride più nessuno”, dice Joker: la nientificazione del comico, la sua impossibilità nel mondo contemporaneo, mondo-gothamizzato, pieno di ratti e di immondizia, e di follia che dilaga per le strade, e di disperati con la maschera da clown paralizzata nella rigidità del ghigno o della smorfia, l’impossibilità e la rimozione del comico – dicevamo – è emblematicamente riassunta nella scritta appesa sulle scale dell’agenzia in cui Arthur lavora come pagliaccio e da cui viene licenziato.

“Non dimenticarti di sorridere”, dice la scritta. E lui, quando se ne va per sempre da quel luogo, ne cancella una parte. Resta solo: “Non sorridere”. Punto. Il Joker che ride suo malgrado è l’antieroe che combatte per l’eliminazione del sorriso e della risata dal mondo.

Attorno a questa trovata Todd Phillips costruisce una regia attenta ed epica quanto basta, con l’uso potente di una colonna sonora fatta di archi e percussioni, e con una sapiente distribuzione di campi e di piani, di movimenti di macchina di avvicinamento subito equilibrati da movimenti uguali e contrari di allontanamento (come nella bellissima sequenza del prologo, che inizia con la macchina da presa che si avvicina lentamente al volto di Joker che si trucca allo specchio e finisce con la macchina da presa che con analoga lentezza si allontana dal corpo dolorante di Joker abbandonato inerme sul selciato).

La scenografia è dominata da scale anguste, corridoi, cunicoli, tunnel, anfratti, quasi a fare di Gotham City uno spazio urbano concentrazionario, che grava su Joker come sugli altri abitanti, e schiaccia, chiude, soffoca, pesa. C’è davvero poco da ridere. Il mondo è desolato e senza eroi. Sono tutti mostri, compresi quelli che vorrebbero salvare il mondo dai cattivi: cos’è più mostruoso, spalmarsi la biacca sulla faccia e tingersi le labbra color rosso-sangue o travestirsi da uomo-pipistrello e svolazzare nel cielo plumbeo di Gotham City alla ricerca di disperati da salvare? Fate voi.

Certo è che il Joker di Joaquin Phoenix – il pagliaccio che vive la risata come condanna – ride davvero (cioè di un riso che corrisponde a uno stato d’animo di liberatorio divertimento) una volta sola: quando entra in un cinema dove si proietta Tempi moderni di Charlie Chaplin. Lì, di fronte alle giravolte di Charlot bendato che pattina ignaro rischiando di cadere al piano di sotto, anche il pagliaccio finalmente ride. Al cinema, di fronte a uno schermo.

Nella vita, ai tempi di Joker (ai nostri..), non c’è davvero (quasi) più niente da ridere.