Ad Astra – La regia di James Gray

ARTICOLO DI Gianni Canova

Tempo di lettura: 2 minuti

Due anni fa, con Civiltà perduta, James Gray ci aveva regalato un film inafferrabile, labirintico, disorientante. Ora, con Ad Astra, ci propone un film meno labirintico ma analogamente disorientante. Là un padre e un figlio si perdevano nel cuore della foresta amazzonica alla ricerca di una mitica città dell’oro. Qui, in Ad Astra, un figlio (Brad Pitt) va kubrickianamente oltre i confini dell’universo per ritrovare un padre (Tommy Lee Jones) scomparso nel cielo di Nettuno dopo che era partito tanti e tanti anni prima alla ricerca di forme di vita intelligenti nel cosmo.

C’è sempre un obiettivo impossibile, nel cinema di James Gray: un cuore di tenebra, un topos irraggiungibile, che esige – da parte di chi tenta comunque di raggiungerlo – un vero e proprio “viaggio al termine della notte”. Gray non nasconde le sue ambizioni altissime, e confessa fin dalla prima inquadratura che il suo intento è quello di dialogare a distanza – sia sul piano filosofico che su quello formale – con il Kubrick di 2001: Odissea nello spazio e con il Tarkovsij di Solaris.

Cinema grande, il suo. Grandissimo. Cinema ossessivo, come non può non essere se vuole provare a ossessionare anche noi. In un film in cui gli umani stanno colonizzando lo spazio (fra Terra e Luna si viaggia ormai con voli di linea…) per ripetere anche lì, sulla Luna, gli stessi errori che hanno commesso qui, sulla Terra, costruendo ovunque chioschi di bibite e saturandolo ogni angolo con venditori di T-shirt, un cosmonauta, capace di tenere sotto controllo le emozioni e il proprio battito cardiaco, parte alla volta di Nettuno per trovare un padre che forse non è morto, forse si nasconde, forse sragiona, un po’ come era accaduto al colonnello Kurtz di Marlon Brando in Apocalypse Now.

Ad Astra è un film astratto e rarefatto. Elegantissimo. Angosciante. Un film fatto di solitudini, di vuoti, di campi lunghissimi e di primissimi piani, di scimmioni (kubrickiani?) che irrompono dentro le navicelle spaziali (l’eterno ritorno della Bestia?) e di navicelle spaziali che precipitano dentro inesplorabili buchi neri (l’eterna attrazione del nulla?).

Il ritrovamento del padre implica un percorso dentro spazi ingombri di simboli sessuali: uteri, vagine e tube sono ovunque, fino a quel cordone ombelicale che lega padre e figlio galleggianti nel vuoto cosmico, e che va reciso per consentire a uno di crescere, e all‘altro di liberarsi. Ma anche per consentire a entrambi di ritrovare uno sguardo.

Perché è questo che interessa a Gray. Questo l’obiettivo del “viaggio” che fa compiere al suo eroe. Reimparare a vedere. Vincendo una volta per tutte il paradosso in cui è caduto il padre (ci cadono tutti i padri?): riuscire a intuire ciò che non si vede, ma perdere di vista ciò che si ha di fronte.