Burning – L’amore brucia – La strategia comunicativa della Tucker Film

ARTICOLO DI Gianni Canova

Tempo di lettura: 3 minuti

Facciamo un gioco.

Prendiamo i poster o le locandine di tutti i film usciti questa settimana al cinema, immaginiamo di non saper nulla di nessuno (nulla del regista, nulla della storia, nulla degli interpreti) e chiediamoci qual è la locandina che più ci incuriosisce, che maggiormente ci intriga, che accende il desiderio di vedere il film che viene annunciato. Io non avrei dubbi: è la locandina di Burning-L’amore brucia, diretto dal regista coreano Chang-dong Lee e distribuito in Italia dalla Tucker Film.

“E Tarantino?”, potrebbe obiettare qualcuno di voi. A me il poster italiano non piace. Mi sembra non colga l’anima del film, anzi ho come l’impressione che lo travisi. Con Leo, Brad e Margot trasformati in statue viventi, in un tripudio di Rayban e di personaggi lillipuziani, mi sembra che il poster perda quel tono malinconico e romantico che differenzia questo film di Tarantino da tutti i suoi precedenti. E poi non ha nulla di magico, nulla di misterioso, nulla che ci interroghi. Anzi: è un poster che ci si sbatte in faccia, non senza qualche tratto di arroganza e presunzione.

Boh.

Nel caso di Burning, invece, la locandina italiana è molto meglio sia di quella coreana sia di quella in inglese per la distribuzione internazionale: queste si limitano a riprodurre un’immagine del film, con uno solo dei tre protagonisti in campo. La locandina italiana invece è gonfia di mistero, è elegante ed enigmatica.

Il film, per chi non l’avesse visto, mette in scena un triangolo amoroso fra un ragazzo che sogna di fare lo scrittore, una ragazza che ha sempre fame e l’amico che lei porta con sé al ritorno di un viaggio in Africa, bello, ricco, affascinante e sicuro di sé. Tratto da un racconto dello scrittore giapponese Murakami Haruki, è un mélo ipnotico e raggelato, esile e vibrante, acceso dai roghi delle serre che uno dei tre protagonisti si ostina a incendiare.

Nella locandina, i tre protagonisti sono seduti, con lei in mezzo, e sono disegnati. Ma ognuno è come scisso: da ciascuno dei tre emana una sorta di fantasma (un’anima?) che non coincide con la persona. Come se tutti e tre i personaggi non coincidessero con se stessi, come se una parte di loro non stesse dentro i confini del loro corpo. E quest’aura sfuggente ha una tonalità cromatica più tenue rispetto all’arancione vivo dello sfondo: un colore che richiama le fiamme dei roghi che – come si diceva – uno dei tre continua ad appiccare.

Tutto ciò è molto coerente e pertinente con il film. Perché ci sono film che si denudano al primo sguardo e altri che invece si nascondono e ti obbligano a chiederti fino alla fine cosa stai guardando. Burning-L’amore brucia appartiene senz’altro a questa seconda categoria. Perché si svela e poi subito si ritrae. Perché ti lascia illudere di aver capito e contemporaneamente ti genera il sospetto di non aver capito nulla. Un po’ come il gatto che la protagonista chiede al suo amico di curare mentre lei parte per l’Africa: c’è, ma non lo si vede. Tanto che a un certo punto sorge il sospetto che il gatto non esista.

Dubbi, dilemmi, intuizioni e smentite. Slabbrature. Sdoppiamenti. Sconfinamenti. Il film – un piccolo gioiello – è fatto così. E la locandina prefigura questa forma. Questa inafferrabilità. Io ho visto la locandina e ho “sentito” che questo film mi incuriosiva. Mi intrigava. Mi induceva a immaginare come poteva essere.

Del resto succedeva così quando da piccolo mi sono innamorato del cinema e dei film. Sognando. Immaginando. Aspettando. Allora, chi faceva film sapeva bene come accendere i sogni. Forse, bisognerebbe ripartire da lì. Bisognerebbe ritrovare il piacere e l’orgoglio di un cinema che – mentre nei media spopola la retorica della trasparenza – sa ancora offrire il piacere e l’ebbrezza della propria opacità.

Del proprio essere un mistero. Burning-L’amore brucia, nel suo piccolo, lo è.