La mafia non è più quella di una volta – La regia di Franco Maresco

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Ogni volta che si vede un lavoro di quel genio pessimista radicale e misantropo che è Franco Maresco non bisogna mai dimenticare ciò che lui stesso, fin dall’inizio, fin dal suo sodalizio con Daniele Ciprì, ci ha detto di essere. Un cinico. Cinico Video, Cinico Tv: si chiamavano così gli esperimenti tele-visivi realizzati negli anni ’90 grazie alla lungimirante intuizione produttiva di Enrico Ghezzi. La maggior parte della critica interpretava il cinismo di Ciprì e Maresco secondo la vulgata che fa del cinismo stesso un sinonimo di “perenne disponibilità a farsi complici di qualunque cosa a qualunque prezzo”.

In realtà, il cinismo di Ciprì e Maresco era molto più estremo e profondo, e risuonava di echi arcaici risalenti direttamente all’antico cinismo dei filosofi. Cioè a quella scuola di filosofia cinica che si sviluppò nella Grecia classica durante il IV° secolo a.C., subito dopo la condanna a morte di Socrate da parte della restaurata democrazia ateniese nel 399 a.C. Il cinismo di Diogene o di Antistene nasceva come segno di lutto, come reazione a un delitto, come gesto di rivolta contro una polis che aveva ucciso con l’accusa di empietà (la stessa rivolta negli anni ’90 da alcuni censori nostrani ai due cineasti palermitani) il migliore dei suoi figli. Se la polis aveva negato i suoi valori fondativi espellendo da sé come Altro colui che meglio di tutti incarnava lo spirito della polis stessa, i cinici reagivano a loro volta autoespellendosi da un consorzio “civile” che – pronunciando quella sentenza capitale – negava se stesso e si autodistruggeva.

Franco Maresco non ha mai smesso di essere filosoficamente cinico. Anche dopo il “divorzio” da Daniele Ciprì, ha continuato a chiudersi come Diogene nella sua botte, senza casa, sempre errante, intento a esplorare – con il disincanto di chi ormai non si aspetta più nulla da nessuno – quel paesaggio di rovine che è ormai diventata la sua Sicilia. Rovine urbane ma anche rovine umane.

Così, le celebrazioni per i 25 anni della strage di Capaci sono ai suoi occhi una gigantesca sagra paesana (“Manca solo l’odore della porchetta…”) che si consuma nell’indifferenza dei palermitani per la memoria di Falcone e Borsellino, mentre l’impresario in odore di mafia Ciccio Mira può permettersi di organizzare una serata canora di Neomelodici in onore dei giudici palermitani assassinati, perché tanto ormai un po’ di antimafia mediatica e di facciata va bene pure alla mafia e ai suoi padrini. Non c’è più differenza. La serata sarà una catastrofe in bianco e nero, ma in un mondo in cui tutto è catastrofe.

E lì, nel crollo di tutti e di tutto, solo la voce fuoricampo di Maresco, che interroga provoca stuzzica e puntualizza, forse è ancora portatrice di senso e di pensiero. Ma viene come da un “golfo mistico” inaccessibile. Rimane nel non-visibile. Resta fuori dalla rappresentazione. Lì, nel campo del visibile, non c’è che caos e rovina, in un film che non vuole farsi chiudere in una forma, e continuamente si fa e si disfa e si deforma.

Perfino Letizia Battaglia, grande fotografa e militante antimafia, controcanto drammaturgico e civile ai borborigmi di Ciccio Mira, non è risparmiata dal filosofico cinismo di Maresco, che ha l’onestà intellettuale – rara avis di questi tempi – di non guardare in faccia a nulla e a nessuno, e di ridere e di farci ridere della catastrofe in cui ci siamo infilati.

Non lo si può giudicare con le consuete categorie di giudizio, un film come questo. Perché è un masso erratico. Da qualunque parte lo osservi, ti rotola via. Ti sfugge. Non lo puoi classificare, perimetrare, definire. È erratico e informe. Mutante. Ghignante. Puzzolente. Spetazzante.

Poteva andare a Venezia, un cinico come Maresco, a rispondere alle domande dei giornalisti? Certo che no. Chiuso nella sua solitudine romita come certi anacoreti pirandelliani, se ne sta là e ci guarda, dandoci l’illusione di essere noi a guardare lui e i suoi film.