Effetto Domino – La colonna sonora di Alessandro Cellai

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Edifici fatiscenti. Muri scrostati. Calcinacci sui pavimenti. Una piscina semivuota, con solo un filo di acqua stagnante sul fondo. Un salone delle feste coperto di graffiti. Rampicanti e infestanti che scardinano gli infissi e si infilano nelle crepe sui muri. Una sensazione generale di desolazione e di abbandono. È su queste immagini di degrado edilizio (e civile…) che si apre Effetto Domino, secondo lungometraggio di finzione del documentarista Alessandro Rossetto dopo Piccola patria del 2013.

E su queste immagini agisce una colonna sonora a contrasto: prima gli arpeggi di violino, poi la voce cantante di Sileant Zephyri da Filiae Maestae Jerusalem di Antonio Vivaldi. Una musica solenne, quasi sacrale. E un testo apocalittico:”Sileant Zephyri, rigeant prata…”. Tacciano i venti, gelino i prati. Perché è davvero un piccola apocalisse quella che il film mette in scena: il crollo di un sistema economico che nel Nord-Est ha prodotto prima ricchezza e benessere, ma poi soltanto crisi e desolazione.

La storia narrata, ispirata da un romanzo di Romolo Bugaro, è esemplare nella sua brutalità: un geometra e un impresario edile, due uomini che si sono fatti da sé e che hanno nel DNA la dedizione al lavoro decidono di rilevare alcuni grandi alberghi chiusi e decrepiti (“Sono cadaveri di edifici…”), di ristrutturarli velocemente e di farne residenze di lusso per anziani facoltosi. “Dobbiamo far credere loro che vivranno in eterno”, dice uno dei due. E l’altro: “Dobbiamo illuderli di farli vivere in Paradiso”.

È il business della vecchiaia: nel 2030 – dice la voce fuoricampo di Paolo Pierobon, algida e distaccata come un referto medico – nei paesi ricchi gli abitanti con più di 65 anni saranno il 30% del totale, nel 2050 la popolazione anziana supererà quella giovane per la prima volta nella storia dell’umanità. Hanno l’intuizione giusta, i due piccoli imprenditori. Sono abituati a far nascere le cose, a crearle dal niente, e sognano di continuare a farlo. È un progetto ambizioso il loro. Molto ambizioso. Ma si scontra con la burocrazia e la corruzione, con la difficoltà di ottenere crediti, con la ferocia della speculazione. Qualcuno, dall’altra parte del mondo, più visionario e più potente, si impadronisce del loro progetto. E loro vanno a picco. Uno dei due, almeno: quello che ha un piccone e una pala tatuati sulla spalla. L’altro si salva, o ci prova. E non riveliamo come.

Effetto Domino racconta questo: basta levare una tessera (un finanziatore che si defila…) e viene giù tutto. Crolla un mondo, si sfascia un sistema. Rossetto mette in scena questo sfascio. Lo fa con uno sguardo un po’ da antropologo un po’ da entomologo.

E la colonna sonora di Alessandro Cellai proietta la catastrofe in una dimensione simbolica potentissima. È Vivaldi a fornire il contrasto armonico alla disarmonia del mondo messo in scena: nella sequenza del brindisi, quando il progetto di “fare sghei” sulla paura della morte sembra prendere il volo, ecco le note di Cum Dederit, dal vivaldiano Nisi Dominus (“Se il Signore non costruisce la casa / invano vi faticano i costruttori. / Se il Signore non custodisce la città / invano veglia il custode.”) a creare un controcanto dissonante rispetto all’ottimismo dilagante. Poco dopo, mentre le immagini mostrano al ralenti gru e cantieri, recinzioni, demolizioni e macerie, è ancora il largo di Sileant Zephyri che proietta la banalità della cronaca nella prospettiva della tragedia.

E ancora, quando i mancati pagamenti cominciano a lasciar intravvedere lo tsunami in arrivo, è la cantata Cessate, omai cessate, sempre di Vivaldi, a evocare il sentimento dell’amante abbandonato che si rinchiude in se stesso. Sulle immagini della sfilata di moda, con i vecchi dai corpi scolpiti dal body building e dalla chirurgia estetica, la colonna sonora di Alessandro Cellai sceglie invece Fuck You di Lily Allen, mentre l’attrice Maria Roveran (che nel film è una delle due figlie dell’imprenditore protagonista) firma e interpreta in cinese il brano Anime liquide.

È tutto liquido, nel mondo che Rossetto ci mette davanti agli occhi. A cominciare dal denaro (“Così alla fine è il denaro che fa incontrare la gente, la separa o la lega per sempre…”). Non è un caso allora che il simbolo finale sia una creatura acquatica come la medusa: in un mondo senza più percezione del sacro (i crocefissi vengono rimossi), l’ultimo sogno di un’umanità che vorrebbe non morire mai è quello di diventare come un invertebrato che – si dice – invecchiando si rigenera. Trasparente, piccola, quasi invisibile. Ma, forse, immortale. Forse. Molto forse. Solo forse.