5 è il numero perfetto – La regia di Igort

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Si gode fin dai titoli di testa.

Con quella silhouette nera che si staglia su fondo giallo. Così acido. Così anni ’70. Così “poliziottesco”. Fra crepitar di pallottole e soluzioni grafiche degne di un Saul Bass (l’artista che faceva i titoli per Hitchcock), 5 è il numero perfetto marca fin dalla soglia di ingresso la sua distanza dal tono medio del cinema medio fatto per lo spettatore medio.

La matrice viene da una graphic novel, e si vede: perché l’impianto visivo è davvero potente e spazza via con gesto deciso ogni eventuale, nostalgica pretesa di realismo. Qui siamo nel cinema, signori. Se cercate la realtà, rivolgetevi altrove. Qui ci sono colori sgargianti. C’è una Napoli piovosa, umida, fradicia e melmosa che non ha davvero più nulla a che fare con la retorica e la mistica della città di O’ sole mio. Ci sono scene in cui lo schermo contiene ben tre riquadri luminosi, come nelle strisce di un fumetto. E le trovate visive pullulano con una facondia e una fertilità davvero stupefacenti: il capitolo che si intitola La settimana enigmatica, ad esempio, si apre con un cruciverba che da bidimensionale diventa tridimensionale e si fa set dell’azione. Il capitolo 4, invece, intitolato Il sorriso della morte, comincia con un’inquadratura ravvicinata, di profilo, del cranio del protagonista (Toni Servillo) che si illumina per rivelare al suo interno una figura intera dello stesso Servillo, che spara a un manichino disegnato.

Cinema. Cinema che gioca col visibile. Cinema che fa le capriole con il visual. Cinema che scherza, salta, sbanda, spazza, rompe, brucia, in un progetto espressivo in cui la scenografia (di Nello Giorgetti) feconda la sceneggiatura (firmata dallo stesso Igort), fra altarini e cappellette della Madonna, ceri e candele, in una città che ha i muri tappezzati di elegantissima pubblicità d’epoca (Digestivo Antonetto e Amaro Cora, Cirio e Carapelli, via via fino a una gigantesca scritta Campari) e con personaggi che leggono le prime edizioni di romanzi di quegli anni come Il Gattopardo e Il Dottor Zivago, mentre nei cinema si proiettano Totò e Cleopatra e Cinque dita di violenza (5 è davvero il numero perfetto…).

È questo il décor entro cui la regia di Igort – inventiva, briosa, meticcia – dirige un complice Toni Servillo dal naso adunco (come quello del Duca di Urbino in un celebre dipinto di Piero della Francesca) nei panni di un guappo ormai in pensione costretto a tornare in attività dopo che il suo adorato figlio viene tradito e ucciso in un agguato. “Aiutatemi a diventare quello che ero, perdonatemi quello che sarò”, dice la sua voce fuoricampo mentre si accinge a tornare in azione.

E azione sarà. Sarà vendetta e carneficina, sarà tradimento, sarà lotta per la vita. Stilizzata e feroce al tempo stesso. Un po’ noir anni Cinquanta, un po’ Sergio Leone. Con scene al ralenty in cui i personaggi muoiono come in Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah. Violenza stilizzata, azione coreografata. Di nuovo: cinema. Cinema che si contamina con la sua storia e con gli altri linguaggi visuali del nostro tempo per dar vita a un ibrido che segna una tappa importante nella storia dei rapporti fra cinema e fumetto.

E a proposito di fumetti: nel film il figlio di Servillo, quando è ancora ragazzino, legge un fumetto che lo stesso Igort ha inventato per l’occasione. Si intitola L’uomo gatto e celebra le gesta di un supereroe. Cosa che non piace al padre. Non gli piace che in quel fumetto i delinquenti finiscano sempre male. E lo dice al figlio. “I fumetti americani – dice – stanno tutti dalla parte sbagliata. Stanno con i supereroi. Nei fumetti italiani invece, da Diabolik a Kriminal, gli eroi sono tutti delinquenti”.

Ci avevate mai pensato? Perché ci piacciono tanto i “cattivi”? E chi sono i buoni e chi i cattivi in un film come questo?