Venezia 76: Arrivano il Leone d’Oro per Almodóvar e la tuta da astronauta per Brad Pitt ma sul red carpet, dopo l’inaugurazione con Catherine Deneuve e Juliette Binoche, sfila anche la polemica

ARTICOLO DI Laura Delli Colli

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A come Almodóvar, B come Brad Pitt: dopo l’opening dominato da Catherine Deneuve e Juliette Binoche, la Mostra 76 cede la passerella inaugurata dal grande cinema (in trasferta francese) del giapponese Kore-eda a due autentiche superstar mondiali.

Per Pedro Almodóvar, ventuno film e in tutto una trentina di titoli anche in corto in quasi quarant’anni di cinema, il primo dei due Leoni alla carriera (l’altro sarà per Julie Andrews), con il restauro di Donne sull’orlo di una crisi di nervi in omaggio per questa giornata che si chiude con una festa esclusiva in Laguna. Amatissimo in Italia, riceve il Premio alla carriera dalla Mostra perché, come ha spiegato il Direttore Alberto Barbera, Pedro “non è solo il più grande e influente regista spagnolo dopo Buñuel, ma l’autore che è stato capace di offrire della Spagna post-franchista il ritratto più articolato, controverso e provocatorio”.

Un’ennesima consacrazione per il suo stile autoriale unico, in un Paese che da sempre vive con affetto, tant’è che ha accolto la notizia del Leone in arrivo sottolineando proprio il suo legane speciale con Venezia: “Ho bellissimi ricordi della Mostra” dice “Il mio debutto internazionale ha avuto luogo qui nel 1983 con L’indiscreto fascino del peccato: era la prima volta che uno dei miei film viaggiava fuori dalla Spagna e quello è stato il mio battesimo internazionale, una meravigliosa esperienza, come, del resto, poi il mio ritorno con Donne sull’orlo di una crisi di nervi nel 1988. Questo Leone diventerà la mia mascotte, insieme ai due gatti con cui vivo”, ha concluso dopo una laudatio affidata alla Presidente della Giuria, Lucretia Martel, a lui e al suo cinema molto legata ed emozionatissima di fronte al regista, amico, compagno di tante battaglie non solo culturali dopo la liberazione spagnola dal franchismo. Almodóvar ha lasciato la Sala Grande tra le ali di folla che lo hanno accolto e acclamato in una standing ovation con dieci minuti di applausi scroscianti.

Dalla A alla B, per Brad Pitt oggi il primo red carpet autenticamente ‘glam’ di Venezia 76, un debutto importante alla Mostra che presenta, oltre al suo indiscutibile fascino, Ad Astra di James Gray, film di fantascienza ma non solo: in corsa per il Leone d’oro e al cinema dal 26 settembre con Fox, è la storia di un ingegnere spaziale che a vent’anni dopo la scomparsa del padre astronauta (nel film Tommy Lee Jones) nel corso di una missione, viene spedito all’estremo limite del sistema solare per cercare di svelare non solo un mistero privato, ma l’enigma che in realtà minaccia la sopravvivenza del pianeta.

Basco e t-shirt, provato dal caldo di una Laguna da un’umidità impossibile, Brad Pitt in realtà è già a Venezia già da un paio di giorni, ma il Lido lo ha svelato solo ieri sera, con un arrivo che per un attimo ha rischiato di distogliere l’attenzione dei molti curiosi in attesa, perfino dal carpet elegante della coppia Deneuve-Binoche.

E non è da meno il richiamo delle altre star di oggi, per l’Italia alle Giornate degli Autori un numero uno assoluto come Toni Servillo protagonista in noir e ancora, per Hollywood, la coppia del giorno, Adam Driver e Scarlett Johansson, protagonisti di Marriage story, il film di Noah Baumbach che mette in scena, con una sceneggiatura a orologeria, le scene da un divorzio doloroso e ricco di colpi bassi, senza rinunciare ad un’indagine sui sentimenti che prevale a tratti sulla crudeltà dei cavilli legali.

Ricco di umanità e di solidarietà femminile infine l’incontro con la prima regista saudita Haifaa al-Mansour al Lido con The perfect candidate ma soprattutto con un focus sul mondo delle donne in un mondo molto lontano dal nostro.

A proposito di mondi lontani e di donne, per il film di un regista asiatico molto amato anche in Occidente (e consacrato un anno fa dalla Palma d’Oro di Cannes) come Kore-Eda l’inaugurazione è stata una serata di grande festa, introdotta da una ‘madrina’ che ha fatto gli onori di casa con classe ed eleganza come Alessandra Mastronardi. Deneuve con mantello di raso rosso scarlatto e Binoche in bianco assoluto sono state, comunque, le regine dell’opening inaugurale: centinaia i cosiddetti happy few sotto il tendone come sempre allestito sulla spiaggia dell’Excelsior in una cena a base di pesce con (imprevisto) contorno di polemiche: più del film di Kore-Eda e dell’orata alla catalana servite a tavola, al centro di molti commenti le dichiarazioni -decisamente poco consone a una Presidente di Giuria- di Lucrecia Martel, che ha preso le distanze dal film di Roman Polanski, J’accuse, tra i più attesi in concorso, dovendo poi correggere urgentemente il tiro dopo il diluvio di commenti a dir poco scandalizzati di un mondo del cinema che da una Mostra d’Arte che svetta nel mondo per la sua eccellenza attende non un giudizio obbligato al ‘politically correct’ ma la valutazione artistica di un’opera d’autore.

Ovvio che la posizione rigida della Martel sulla questione sia finita subito nella bufera: la regista, dalla Giuria, ha infatti dichiarato di non voler assistere ad una proiezione per il solo rischio di dover applaudire un regista -un autore che comunque ha firmato alcuni tra i film più importanti dell’ultimo mezzo secolo- per il caso ancora aperto (l’accusa di violenza su una minorenne, molti anni fa) che riguarda la sua vita privata. Una presa di posizione ’fraintesa’, rientrata poi a tarda sera con un chiarimento e, di fatto, con le scuse della regista che sul tema ha corretto il tiro.

Ma la miccia delle polemiche resta accesa ed è già chiaro che ci sarà clima rovente, già da domani, intorno alla ‘prima’ veneziana, intorno al film che restituisce attualità (non senza riferimenti autobiografici) al caso Dreyfus. Con una produzione da ventisei milioni di euro, tra storia e attualità, J’accuse è già un caso. Ma a Venezia nel week end dedicato a The new Pope di Paolo Sorrentino e al ritorno del film scandalo Irreversible con Monica Bellucci, tra i Panama Papers al centro dell’ultimo film di Soderbergh (con Meryl Streep tra gli altri) e il nuovo Martone che attualizza Il sindaco del Rione Sanità, alla fine il cinema parlerà più del caso Dreyfus o dell’affaire Polanski?