Il Signor Diavolo – La regia di Pupi Avati

ARTICOLO DI Gianni Canova

Ci sono film che ti lasciano a bocca aperta. Che vorresti iniziare a rivedere non appena ti accorgi che stanno per finire. Che ti tornano in mente più e più volte anche a giorni di distanza dalla prima visione. Il Signor Diavolo di Pupi Avati è uno di questi film. Per lo meno: lo è per me. A me ha fatto e fa questo effetto. A me e a molti di quelli con cui ho avuto occasione di parlarne. Tra i film di Avati, Il Signor Diavolo è uno dei più belli e compiuti. Lo è, se non altro, per la radicalità con cui fa i conti con il grande rimosso del cinema italiano: la presenza del Male. L’inevitabilità del Male. Forse, perfino, la necessità del Male.

Visivamente Il Signor Diavolo è un film di una bellezza struggente, costruito com’è sul continuo attrito fra spazi aperti che hanno il rarefatto nitore metafisico di certi quadri alla De Chirico e spazi interni chiusi e ristretti che soffocano lo sguardo e il pensiero. Il Signor Diavolo è pieno di sottoscala, sgabuzzini, botole sotterranee, scantinati: piccoli luoghi bui dove accadono cose che non è bello che accadano. Cose melmose che spesso non si vedono. Cose che però influenzano ciò che accade nei grandi spazi aperti. Aperto/chiuso, buio/luce, piccolo/grande: fotografia e scenografia tessono una perfetta partitura di contrasti luministici e spaziali che dialogano alla perfezione con i contrasti morali e sociali che innervano il racconto e la sceneggiatura.

Siamo nel cattolicissimo Veneto degli anni ’50, quando la Democrazia Cristiana governava incontrastata e la Chiesa dettava regole e interdetti per la vita quotidiana. Qui, in un paese della bassa, in un paesaggio di fiume e di laguna in cui la presenza umana sembra davvero una superfetazione fastidiosa e inopportuna, un ragazzino uccide un suo coetaneo convinto che sia il diavolo. La fede religiosa può portare a questo? A una credenza nutrita di superstizione e di paura? Per evitare uno scandalo che potrebbe anche avere ricadute politiche, da Roma viene inviato in loco un giovane ispettore con l’incarico di indagare sull’accaduto e di insabbiare eventuali scoperte o testimonianze poco gradevoli. Al contempo titubante e determinato, il giovane si immerge in una realtà reticente e primordiale, profondamente rurale, senza rendersi conto di essere la pedina di un gioco che il destino ha tracciato per lui.

Fra ostie calpestate, sacrestani ambigui, neonate sbranate nella culla e nobildonne venete più perfide e maliarde delle più velenose dark ladies del cinema hollywoodiano, Il Signor Diavolo non solo riporta Pupi Avati – come tutti hanno notato – ai fasti gotico-padani di La casa dalle finestre che ridono, ma consente a suo autore di realizzare uno dei suoi film più politici, magmatici, poetici ed enigmatici. Un film che ricorda a tutti come nel mondo contadino il diverso e il deforme siano spesso associati al demoniaco. Ma anche un film intriso di malinconica cupezza che esplora senza indulgenze e senza reticenze i lati più oscuri della natura umana.

Certo: Avati non è un cultore dello splatter post-tarantiniano. Il suo approccio all’horror è fatto più di atmosfere che di effetti, più di disagio che ti si insinua sotto la pelle che di sorprese che fanno sobbalzare sulla sedia. Ma in ciò sta il suo valore e la sua preziosità: andando a indagare in quel grumo di credenze in cui il cattolicesimo si mescola con superstizioni pagane e con rituali contadini, Avati tocca alcuni nodi profondi della nostra cultura e della nostra identità. E lo fa con un film che sembra come sospeso in un tempo e in uno spazio “altri”, e che tuttavia intimamente ci riguarda. E con un finale così aperto, così spiazzante, così davvero misteriosamente sorprendente che è senza dubbio tra i più belli che il cinema italiano abbia realizzato negli ultimi anni. Perché un film così non è tra quelli selezionati per la Mostra del Cinema di Venezia? Essendo da escludere che siano stati gli stessi Antonio e Pupi Avati ad aver dato forfait, è davvero un mistero di non facile soluzione.