Nevermind – La sceneggiatura di Eros Puglielli, Giulia Gianni, Antonio Muoio e Francesca Sambataro

ARTICOLO DI Gianni Canova

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La macchina da presa è rasoterra sull’asfalto. Il professore, investito da un carro attrezzi, giace supino sulla strada. Davanti a lui il bombolone farcito di marmellata che teneva in mano prima dell’urto, appena uscito dalla sede di Radio Rock. In un ultimo rigurgito di vitalità il professore si inarca, getta il braccio in avanti e riesce a infilare un dito nella marmellata che riempie il buco della ciambella. Questa scena è un po’ il leitmotiv di Nevermind: torna più volte nello sviluppo del racconto e assume di volta in volta o il valore di una condanna (per il personaggio che viene a più riprese investito dal medesimo veicolo) o quello di un ritornello (per noi spettatori che seguiamo il ritmo della storia scandito da questa periodica riapparizione). Che senso ha? Cercatelo voi.

Nevermind è – finalmente, per un film italiano! – un oggetto polisemico. Ognuno si può divertire a trovarci quello che vuole. Perché il nuovo film di Eros Puglielli – uno dei pochi registi veramente visionari del nostro cinema – non è uno di quei compitini ben scritti, con tanto di morale incorporata, che proliferano nella giungla del cinema italiano. Puglielli e i suoi cosceneggiatori non inseguono il feticcio del verosimile, non hanno nessuna sudditanza per il cosiddetto “reale” e scelgono con spudorata nonchalance la strada del grottesco e del surreale, nutriti di un’ironia acida che sfiora più di una volta lo humour nero. Che delizia. Finalmente un film che inventa. Che rischia. Che sbanda. Che provoca. Che si fa beffe del senso comune.

Nevermind (stesso titolo, non a caso, di un mitico album dei Nirvana) è strutturato in cinque capitoli legati uno all’altro dal fatto che un personaggio secondario dell’episodio che precede diventa protagonista dell’episodio successivo. Prendete anche solo il primo episodio, intitolato Il ravanatore: Puglielli mette in scena un affermato professionista che ha il vizio di infilarsi continuamente la mano destra nelle mutande, ravanare un po’ e poi estrarre la manina e toccare con perfida naturalezza tutto ciò che gli capita a tiro, dalle cartellette con le pratiche dello studio a un vassoio pieno di caramelline colorate, suscitando con le sue sconcezze (volute o inconsapevoli?) il ribrezzo schifato della segretaria che vede tutto e non può dire nulla.

Nel secondo episodio, intitolato Baby Sitter, una ragazza viene assunta da una coppia altoborghese per prendersi cura di un bimbo che non c’è, e che comunque non si vede mai, senza che si capisca se sono i genitori/datori di lavoro e ingannarla o se è la sua mente alterata che non vede ciò che dovrebbe essere evidente. In uno degli episodi successivi, un cuoco sperimenta una tecnica che rende invisibili gli esseri umani, a cominciare da un suo rivale in cucina. Insomma: Puglielli lavora ai confini del visibile, là dove lo sguardo vacilla e si confronta con il nulla della visione. Ma lo fa con leggerezza. Con ironia. Seguendo le volute di una storia che continuamente deraglia dai percorsi prevedibili e vola via verso territori che il nostro cinema raramente frequenta. L’uscita in agosto conferma che non si tratta di un prodotto omologato e che anche la distribuzione lo colloca ai margini del mercato. Peccato: Nevermind è un Ufo filmico. E non è detto che fra qualche anno possa diventare un cult movie.