The Deep – La recitazione di Olafur Darri Olafsson

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Il mare è nero. Il cielo ha il colore della lava. I gabbiani urlano impauriti. È una livida notte islandese del 1984, al largo delle isole Vestmann. Paesaggio da fine del mondo. Un peschereccio con 5 uomini a bordo si rovescia in mare aperto. Le acque sono gelide. Il mare è furioso. 4 uomini non ce la fanno e sono risucchiati dalle onde e dal freddo. Uno solo resiste al terrore e all’ipotermia. Si chiama Gulli, e non vuole morire. Per sei ore nuota nelle acque ghiacciate, raggiunge la riva, cammina sulle impervie rocce vulcaniche e finalmente, stremato, raggiunge una casa e implora aiuto. Per tutti ha compiuto un’impresa impossibile: qualunque essere umano normodotato – dicono i medici – non può resistere più di 20/30 minuti in acque con le temperature gelide che il Mare del Nord aveva quella notte. Gulli invece ce l’ha fatta e per questo molti lo considerano un eroe nazionale. C’è perfino chi lo chiama l’uomo-foca per il grasso corporeo che lo avvolge e che ha contribuito non poco alla sua sopravvivenza.

Girato nel 2012 e distribuito in Italia solo ora, The Deep porta la firma di Baltasar Kormakur, regista islandese noto agli appassionati soprattutto per alcuni dei suoi film successivi come Everest (scelto come film d’apertura alla Mostra di Venezia del 2015) e Resta con me. La sua regia è strepitosa soprattutto nella parte centrale del film, quella più riconducibile al survival movie: lì, alle prese con un uomo solo nell’immensità dell’oceano, e con una notte che sembra senza fine, Kormakur cambia continuamente focale e punto di osservazione prospettico, stringe sul personaggio, plana a pelo d’acqua, galleggia sulle onde, filma con pathos autentico il dialogo fra il naufrago e un gabbiano che vola sopra la sua testa e a un certo punto sale su su nel cielo, con una plongé che lascia il personaggio piccolissimo, quasi un puntino nel mare nero, a trasmettere la sensazione struggente della nostra assoluta irrilevanza nell’universo.

Ma tutto ciò è credibile e suscita il nostro coinvolgimento emotivo soprattutto grazie all’interpretazione di Olafur Darri Olafsson nei panni del protagonista. Corpaccione adiposo e sguardo mite, si cala nel personaggio con una naturalezza impressionante e riesce a rendere “vero” l’archetipo dell’eroe inconsapevole. O dell’eroe suo malgrado. Gulli, il suo personaggio, non ha nulla di superomistico, è l’antitesi del supereroe marveliano. Quando lo sottopongono a test medici per testare la sua incredibile capacità di sopravvivenza e lo immergono in vasche riempite di ghiaccio o lo costringono a pedalare per ore, lui supera ogni prova apparentemente senza sforzo ma anche senza esibizioni muscolari. È pacioso, bonario, cicciotto. Una specie di orsacchiotto del nord che la natura ha dotato di tutto ciò che serve per sopravvivere in quel clima.

Ma l’inconsapevolezza delle sue doti fisiche è inversamente proporzionale alla sua consapevolezza emotiva. Quando nel finale stringe fra le braccia il figlio del compagno che la notte del naufragio è spirato fra le sue braccia, la commozione che anima il suo gesto è autentica e contagia un poco anche noi spettatori.