Welcome – Home La sceneggiatura di David Levinson

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Il segreto è nella caccia al coniglio.

La tecnica la enuncia chiaramente – più o meno a metà film – il personaggio interpretato da Riccardo Scamarcio. Dare la caccia ai conigli – dice – non è come cacciare un cervo. I conigli li devi attirare. Devo farli sentire al sicuro. Devi aspettare pazientemente che non abbiano sospetti. E solo allora devi far scattare la trappola. La sceneggiatura di Welcome Home funziona così. David Levinson, lo sceneggiatore, gioca a carte scoperte. Enuncia, dentro il racconto, il proprio metodo. Rende esplicito il funzionamento testuale. In effetti, Welcome Home è un meccanismo narrativo tutto costruito per far scattare la trappola. Per intrappolarci. Come conigli.

Nella prima parte, quando due amanti americani (Aaron Paul e la sensualissima Emily Ratajkowski)

arrivano in un casale di charme nella campagna umbra per una settimana di vacanza e di passione, la sceneggiatura dissemina il acconto di “esche” inquietanti che generano il sospetto che vacanza e passione non saranno proprio come previsto. La soggettiva senza soggetto che si avvicina alla doccia dentro cui lei si sta lavando è gratuitamente ma efficacemente minacciosa. Il movimento secco con cui lui getta il cellulare in un cassetto, come se fosse irritato, o avesse scoperto qualcosa, ci induce a sospettare qualche segreto. Il fatto che lui non riesca a far l’amore in piscina perché – dice – infastidito dagli sguardi dei nanetti da giardino getta una luce sinistra sulla sua sessualità (oltre che sui nanetti…). Così, fra vino rosso toscano, vinili con le canzoni di Nilla Pizzi e amplessi mancati, la vacanza si colora di ambiguità. E non è tutto. Dov’è la “caverna” tecnologica, piena di schermi e di monitor che tengono sotto controllo ogni stanza del casale? E chi osserva quei monitor? Chi spia? C’è forse un “grande fratello” nascosto nelle viscere della villa?

Quando poi entra in scena il personaggio di Scamarcio – malandrino quanto basta per legittimare ogni sospetto – l’atmosfera si fa potenzialmente ancora più inquietante. Ma Levinson non calca la mano. Non va a fondo. Suggerisce e frena. Lascia supporre e si ferma. Innesca il sospetto e lo ritrae. Come in un gioco del gatto col topo, ci mette in allarme e subito ci tranquillizza. Poi, quando noi crediamo di aver capito tutto, scatta la trappola. Quella vera. Se avevate creduto di essere alle prese con l’ennesima variazione sul tema di un voyeurismo alla De Palma, con postazioni nascoste per spiare l’intimità di una coppia, vi eravate (ci eravamo…) sbagliati.

Welcome home non racconta un voyeurismo novecentesco. Racconta il voyeurismo ai tempi della rete. Ma per capirlo bisogna aspettare l’ultima sequenza. Anche se forse già la prima immagine poteva essere rivelatrice. Perché anche Welcome Home è un po’ come Profondo Rosso di Dario Argento: il colpevole, volendo, si vede già all’inizio. Meglio: lo si potrebbe vedere.

Ma noi, per lo più, non lo vediamo. O non lo vogliamo vedere.