Domino – La regia di Brian De Palma

ARTICOLO DI Gianni Canova

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E comunque.

Vien da dire questo, dopo aver visto l’ultimo, tormentato, maledetto film di Brian De Palma.

Comunque.

Perché sarà anche vero che la sceneggiatura scricchiola, che i personaggi sono un po’ troppo bidimensionali, che gli effetti sono realizzati con scarsissimi mezzi, ma la mano del Maestro – qua e là – si riconosce sempre.

Solo qua e là? Sì. Ma – per quanto mi riguarda – basta e avanza.

Perché quando scatta l’azione, De Palma è ancora imbattibile.

Basterebbero le due scene-madri in apertura e in chiusura, entrambe orchestrate sul montaggio alternato e parallelo di più azioni simultanee, per rievocare il ricordo di analoghe scene in Mission: Impossible o di Untouchables. Sotto lo sguardo di De Palma l’azione diventa pantomima, danza, coreografia: per vendicare la morte di un amico-collega, un agente della polizia di Copenaghen (Nikolaj Coster-Waldau, già Jaime Lannister in Il trono di spade) si infila in un dedalo di tradimenti, doppi giochi, inseguimenti e fughe che lo vedranno finire appeso alla grondaia di un palazzo, precipitare su una bancarella di pomodori e poi neutralizzare un drone guidato dall’Isis che avrebbe dovuto provocare un attentato durante una corrida.

Gli stilemi che hanno fatto grande il cinema di De Palma ci sono tutti (split screens, doppia focale, zoom lenti, movimenti di macchina complessi, ralenti, suspense, dilatazione del tempo…), ma come perle in un film che sembra fatto di macerie o di rovine. Ma in ciò sta l’unicità di Domino: nel suo essere un film residuale, un reperto visuale, un rudere filmico. Lontano da Hollywood, mai veramente amato dall’establishment, il movie brat degli anni ’70 non si rassegna al pensionamento anticipato e continua a inseguire le sue magnifiche ossessioni. Non gli importa nulla di ciò che interessa a un pubblico e a una critica sempre più anestetizzati. A lui interessa l’immagine. Lavorare sull’immagine. Su ciò che ci accade quando vediamo un’immagine. Sull’effetto “domino” che ormai si scarica sulle immagini nell’era di internet e di youtube. Da questo punto di vista Domino è molto meno sbrindellato di quanto sia dato da vedere ai suoi numerosi (e miopi…) detrattori. Perché, come già in Redacted , anche qui De Palma confronta le sue ossessioni voyeuristiche con l’immaginario tossico e mortifero di Daesh e del terroristi dell’ISIS.

La scena dell’attentato sul red carpet, da questo punto di vista, è più che eloquente: Il mandante segue l’azione dal pc, da casa sua. Sul monitor vediamo il volto quasi spaventato dell’attentatrice, mentre una videocamera posizionata sul fucile d’assalto riprende la mattanza. Il tutto finisce in rete. Il luogo dello spettacolo e della finzione diventa tragico décor di un massacro in diretta, con la terrorista che si fa esplodere nella gioia del martirio. De Palma è al tempo stesso disgustato e affascinato da questa forma di comunicazione basata sull’esibizione dell’orrore, è come traumatizzato. Ma a differenza di tanti suoi colleghi apparentemente più “profondi” non nasconde la testa sotto la sabbia, non nega l’attrazione che l’orrore e il dolore esercitano sul nostro sguardo.

La conferma è nella scena-madre finale, con quel drone che vola al ralenti su una corrida al ritmo martellante di un Bolero di Ravel arabeggiante. La corrida: spettacolo arcaico in cui bellezza e orrore da sempre si confondono in un rituale di martirio che magnetizza lo sguardo del pubblico. Il sangue ci affascina, inutile negarlo. Anche qui, in questo suo film mutilato e produttivamente decapitato, De Palma non rinuncia a ragionare su questo. Sul demone del voyeurismo. Disturbante come sempre. Qualcuno ha detto inguardabile. Lasciatelo dire. Perché De Palma è ancora De Palma. Comunque.