Wolf Call – Minaccia in alto mare – Il sound design di Randy Thom

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Nell’abitacolo del sottomarino c’è una luce rossastra. Chanteraide (François Civil) è seduto davanti a un monitor con una cuffia in testa. È un “orecchio d’oro”, un decodificatore di suoni. Deve cercare di dare un nome e un’identità a tutti i segnali acustici che arrivano nelle profondità del mare. Deve decrittare i suoni per interpretare ciò che non è percepibile con la vista. Perché quando sei laggiù non vedi, senti. Impulsi, onde acustiche, fragori, sibili. Pale di elicottero nel cielo sopra il mare. Sciabordii di sottomarini giù giù in fondo al mare. E poi versi di capodogli, cetacei, animali marini. E ancora fruscii, rumori anomali, segnali ambigui.

Alla sua opera prima, il regista francese Antonin Baudry si lancia in quella che potrebbe sembrare una sfida impossibile: rinunciare al primato della vista (in un film!) per creare un mondo in cui è il suono ad avere il dominio percettivo. Ma bastano pochi minuti per capire che Baudry e il suo sound designer Randy Thom la sfida la vincono: Wolf Call ti inchioda alla sedia con la sua orchestrazione sonora. Allena anche il nostro orecchio a captare le minime variazioni acustiche. Ci immerge in un oceano sonoro che produce tensioni ed emozioni a getto continuo. Prendete anche solo la scena iniziale, tra le più emozionanti di tutto il cinema dell’ultimo anno: il sottomarino, in incognita, deve recuperare dei sommozzatori nascosti sulla costa siriana, ma intercetta un rumore indecifrabile che si avvicina. Chanteraide non ha mai sentito nulla di simile. Non sa a cosa associare quelle onde sonore. La percezione della minaccia si fa sempre più forte, il panico si diffonde nell’abitacolo. E lui, l’orecchio d’oro, l’uomo che sa sempre dare il nome giusto a qualsiasi rumore, questa volta commette un errore: pensa possa trattarsi di un capodoglio malato, ma non è così. È qualcosa di molto molto più pericoloso, riconducibile a quella guerra non dichiarata che le grandi potenze non smettono mai di combattere. Qualcosa che potrebbe essere fatale.

Wolf Call è il primo film europeo in cui il mix sonoro è stato fatto allo Skywalker Ranch di George Lucas. Nei titoli di coda figurano quasi 60 tecnici che, con ruoli differenti, hanno fatto parte del sound department. Il risultato è stupefacente: il film è un concerto metal di sibili fruscii fischi e ronzii. La macchina da presa stringe sugli occhi dei personaggi e dispiega tutti gli spettri armonici possibili. A tratti fa sentire come un acufene nell’orecchio. Ma in tutte le scene, anche in quelle non ambientate nel sottomarino, è l’orecchio a farla da padrone. In una delle poche scene ambientate in città (il film è stato girato a Brest) senti le ruote delle auto che sgommano, i clacson, il rumore della fiamma ossidrica in un cantiere, i treni in lontananza, le sirene, i passi sull’asfalto. E perfino nell’unica scena di sesso capti gemiti e sospiri quasi impercettibili, arrivi a sentire il rumore dei capelli di lei accarezzati dalle dita di lui.

È per questo che Wolf Call è uno dei film imperdibili della stagione: non per il suo cast pur eccellente (Omar Sy, Mathieu Kassovitz, Reda Kateb), non per la sceneggiatura impeccabile, ma per come ci immerge in un’esperienza sonora davvero non comune. Per come mette l’udito al centro di tutto. Il finale, in questa chiave, è quasi commovente: schierati sulla tolda del sottomarino, i marinai sperimentano con noi un momento di silenzio assoluto, quasi metafisico. Il silenzio del mare.