Arrivederci Professore – La recitazione di Johnny Depp

ARTICOLO DI Gianni Canova

Tempo di lettura: 3 minuti

“Lei ha un cancro…”.

Lo schermo è ancora nero quando la voce del medico inizia a pronunciare la diagnosi letale.

Primo piano sul viso freddo e professionale del dottore.

“Un cancro ai polmoni al quarto stadio…”.

Pausa. Pochi secondi, un’eternità.

Controcampo. Primo piano sul viso del paziente a cui la diagnosi è indirizzata.

Impassibilità che a malapena riesce a celare la frana interiore.

“Quanto tempo mi resta?”, bisbiglia.

E il medico, distaccato, forzatamente obiettivo: “Un anno se fa le cure. In caso contrario più o meno sei mesi”.

Stacco. Campo lungo laterale. La macchina da presa inquadra medico e paziente di lato, quasi allontanandosi. Quasi per pudore.

Stacco. Il paziente esce dallo studio medico. Dà l’impressione di non essere ben fermo sulle gambe.

“Cazzo…”, mormora. Cammina incespicando. Poi si mette a correre.

Plongé: lo vediamo con un’inquadratura verticale dall’alto mentre entra nel laghetto del parco dove un cigno sta nuotando maestoso.

“Cazzo cazzo cazzo….”, urla. Quasi a sfogare nell’insulto e nella maledizione che segue lo shock che ha appena subito: la scoperta, violenta e improvvisa, del proprio essere mortale. E dell’essere ormai arrivato a fine corsa.

Ma dopo questa prima reazione impulsiva, il personaggio – professore di letteratura inglese – decide di non rivelare a nessuno (tranne a un collega) la sua malattia, di rifiutare le cure e di vivere fino in fondo il poco tempo che gli resta. Afferrando ogni opportunità. Liberandosi dalle maschere,  dalle convenzioni, dagli obblighi sociali, dalle buone maniere. Così caccia dall’aula tutti gli studenti che non sono realmente interessati alla sua materia, si dà al fumo, all’alcool e alle droghe e inizia un gioco di punzecchiature con la moglie, che lo tradisce spudoratamente con il Rettore del college in cui lavora.

Un po’ come il professor Keating di L’attimo fuggente?

Non proprio. Il professore interpretato da Robin Williams seguiva  un preciso metodo didattico, innovativo e fuori dagli schemi, mentre il professor Richard di Johnny Depp fa l’anticonformista prima di tutto per mascherare, anche a se stesso, la sua paura della morte.

Depp, che torna sugli schermi dopo un periodo molto tormentato, un divorzio difficile e una crisi personale molto pesante, è bravo nel frenare l’esuberanza recitativa che esibiva, ad esempio, con la maschera di Jack Sparrow in Pirati dei Caraibi.

Qui si trattiene, e almeno nella prima parte è più composto e controllato. Lascia solo che l’inquietudine appaia sul suo volto. Lascia che lo sguardo si increspi. Ma poi, quando decide di mollare gli ormeggi, non sempre trova il giusto equilibrio fra la compostezza che si autoimpone per aderire al ruolo e la memoria dei tanti freaks stropicciati o dei tanti dandy un po’ ribelli che ha interpretato nella sua carriera. Anche perché gli è tanto connaturato lo spirito “ribelle” che si fa fatica a immaginare come potesse essere, il prof. Richard, prima della diagnosi letale. Se Depp avesse voluto sfidare davvero se stesso, forse avrebbe dovuto interpretare un docente “normale”, non uno sottoposto alla mannaia della morte imminente.

Così, ogni atto è giustificato, ogni provocazione è scusata, ogni bizzarria trova la sua spiegazione. Col risultato che il personaggio può sembrare molto più anticonformista di quanto in realtà non sia. E anche nel discorso di commiato dagli studenti, per quanto il suo appello sia alto e assolutamente condivisibile (“Non arrendetevi mai alla mediocrità, come il 98% del mondo”) il rischio di un’oscillazione fra il didascalico e il profetico un pochino c’è.

Meglio, allora, accontentarsi del finissimo lavoro sul corpo, sui sorrisi, sulle risate che punteggiano la sua recitazione. Come quando nel finale ride sincero, prima di addentrarsi nel buio di una notte in cui la luna si intravvede appena.