Blue My Mind – La regia di Lisa Bruhlmann

ARTICOLO DI Gianni Canova

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La mano di Mia si immerge con furia nell’acquario del salotto, afferra un pesciolino rosso, lo stringe con rabbia, lo porta alla bocca e lo mangia. Crudo e vivo. Con la coda che resta per un attimo lì, sospesa fra le labbra. Poi Mia va in bagno e vomita nel wc. La madre la sente, accorre. Le chiede se c’è qualcosa che non va. Ma lei si rialza, si sistema una ciocca di capelli biondi, fa finta di nulla e se ne va.

È una delle scene più disturbanti di Blue My Mind, film d’esordio della regista elvetica Lisa Bruhlmann. Una delle tante scene disturbanti che punteggiano il film. La vedi, una scena come questa, e pensi che sia una metafora della fame insaziabile e vorace che assale un’adolescente inquieta quasi per reazione alla scoperta che il suo corpo sta cambiando, sta diventando altro da quello che è stato fin a quel momento. Invece no. Quella scena è uno dei tanti indizi di una mutazione acquatica o ittica che il film dissemina con grande sapienza narrativa lungo lo sviluppo dell’azione.

Blue My Mind è il ritratto di un’adolescente alle prese con il trauma della crescita e della pubertà. Un ritratto che a poco a poco diventa una fiaba gotica. O un horror che nella sua prima parte si maschera da romanzo di formazione. Lo guardi, un film come questo, e non riesci più a staccare. Più è disturbante (e a tratti lo è davvero…), più ti inchioda. Magneticamente. Merito dell’interpretazione della bravissima Luna Wedler, che fa di Mia quasi il paradigma vivente dei fantasmi, delle follie, delle provocazioni e delle spasmodiche curiosità che sono tipiche dell’adolescenza. Ma merito soprattutto della regia. Lisa Bruhlmann ha un modo di inquadrare davvero unico. Indefinibile, quasi. Fin dall’immagine iniziale dei piedini di bimba che si sfregano sui sassolini neri di una spiaggia deserta, ti fa credere di essere più dalle parti di Profondo rosso che in una piccola storia adolescenziale.

Mia – trasferitasi a Zurigo con la famiglia perché il padre ha cambiato lavoro – cerca di essere accolta nel gruppo delle ragazze più spregiudicate della classe. Ma cerca anche esperienze estreme. Va su un sito di incontri e accetta un appuntamento in hotel con un uomo che ha vent’anni più di lei. Imbronciata, incazzata, fragile, Mia maltratta la madre, poi si sdraia nel letto accanto a lei. Si sente un mostro, vede una malformazione nel suo piede, scopre strane eruzioni cutanee sulle gambe. Nasconde tutto. Si nasconde. Si cerca. Non si trova. 

E la macchina da presa è lì. Le sta addosso. Si inventa inquadrature inattese. La immerge prima in una luminosità calda, poi sempre più gelida, livida, pesta. E la accompagna giù giù, nel suo viaggio al termine della notte. Alla ricerca di sé. Alla scoperta della sua identità. Fino alla rivelazione finale. Fino all’accettazione di quella natura ibrida che in lei si esprime nel corpo e che ognuno di noi, da adolescente, ha sperimentato quanto meno nella mente e nell’anima.

È forte, Blue My Mind. Morde. Graffia. Ma sa anche accarezzare. Come quando contempla Mia in certi primi piani ravvicinati e come sospesi che si protraggono oltre ogni ragionevole necessità drammaturgica. O come quando ce la mostra intenta a contemplare acque e nuvole. “Faccio cose che non vorrei fare…”, dice alla psicologa. Sa, Mia. Sa cosa non è bene. Ma lo fa. Fa sesso con uomini più grandi di lei. Sperimenta alcool e droghe. Teme perfino di non essere figlia dei suoi genitori perché in casa non trova nessuna foto di sua madre incinta di lei.

Dubbi. Dilemmi. Angosce. Senso di inadeguatezza. Dolore nell’accettare il proprio corpo che cambia. Mutazioni. Fino allo svelamento della metafora finale che porta Blue My Mind dalle parti di La forma dell’acqua di Guillermo del Toro, e fa del film di Lisa Bruhlmann – a sorpresa – uno dei titoli più importanti, coraggiosi e innovativi della stagione.