Pallottole in libertà – La regia di Pierre Salvadori

ARTICOLO DI Gianni Canova

Che spasso quando un film gioca con i generi in modo ribaldo come sa fare questo Pallottole in libertà, diretto con brio dal regista francese Pierre Salvadori (Piccole crepe, grossi guai). Il titolo originale, a dire il vero, è En liberté. Punto. Senza pallottole. Ed è più efficace. Perché non sono solo le pallottole a vagare in libertà in questo film. C’è un ex-detenuto che torna in libertà dopo aver scontato ingiustamente otto anni di galera e che – non privo di qualche disturbo della personalità –  pensa bene di darsi al crimine.

Ma in libertà è anche il linguaggio cinematografico, che fa surf sulla deriva dei generi mescolando in allegria polar e mélo, commedia e dramma sentimentale, humour e action, in un cocktail che ha come minimo il pregio di essere bizzarro. Prendete i titoli di testa: durante un’irruzione in un covo dove si raffina droga il poliziotto Jean Santi, eroe della polizia locale, abbatte una porta con i piedi, fa a cazzotti, spara e uccide, sempre accompagnato da una musica e da un “tono” che fanno il verso ai poliziotteschi anni ’70, con tanto di titoli di testa in giallo hard-boiled che si stampano su improvvisi stop frame.

Sembra un eroe, l’agente Santi. Giubbetto di pelle e capelli impomatati, si fa un selfie prima di sparare, affronta con burbanza fisica gli avversari, salta dal quarto piano per bloccare i fuggitivi e si circonda di un alone di leggenda. Finché non gli va male. Di brutto. Una statua nella piazza del porto comunque se l’è guadagnata, assieme alla devozione della giovane vedova che ogni sera celebra le gesta del padre di fronte al figlioletto adorante, in un rito che vede ogni volta la stessa azione narrata con dettagli e particolari diversi. È la saga del racconto orale, che a partire dal medesimo canovaccio si concede ogni volta integrazioni e variazioni sul tema, soprattutto quando chi racconta comincia a dubitare che la realtà non corrisponda alla favola che sta raccontando.

Perché la vedova (la bella e brava Adèle Haenel) a un certo punto si ritrova a pensare che la verità sia un’altra. Forse il capitano non era quell’eroe che voleva sembrare di essere. Forse era un corrotto. Uno che ha incarcerato persone innocenti. E quando lei incontra l’uomo che il marito ha tenuto ingiustamente in carcere per otto anni, qualcosa cambia irreversibilmente nelle vite di entrambi.

Accolto trionfalmente al Festival di Cannes dello scorso anno, Pallottole in libertà è uno di quei film che rompono gli argini e galoppano rocambolescamente in bilico fra humour e avventura, con una struttura che sprizza gioia di narrare e inanella senza sosta cambi di ritmo e salti di registro. Gli occhioni di Adèle Haenel inseguono l’uomo cui è legata la verità sul marito defunto con un mix di incredulità e stupore, mentre la regia di Pierre Salvadori suscita prima di tutto simpatia, capace com’è di fare l’altalena fra scene esilaranti (quella del maniaco alla stazione, o l’interrogatorio del prete beccato in un bordello clandestino di fanatici sadomaso) e altre che solleticano invece il sentimentalismo dello spettatore (il dialogo fra l’uomo uscito di prigione, nascosto dietro la porta, e la moglie interpretata da Audrey Tautou). Non manca neanche la parodia intelligente, con la scena della rapina alla gioielleria che fa gli sberleffi al fallo di marmo di una mitica scena di Arancia meccanica.

Alla fine, ognuno è quello che vediamo e al tempo stesso quello che dice o racconta di essere. E non è detto che la realtà sia sempre meglio della leggenda con cui cerchiamo tutti di rendere più accettabile la nostra vita.