Il traditore – La regia di Marco Bellocchio

ARTICOLO DI Gianni Canova

“Lo sguardo è l’espressione della realtà”.

Che ci fa questa frase di Michel Butor, romanziere e teorico del nouveau roman, in bocca a uno degli imputati del maxi-processo di Palermo contro gli affiliati di Cosa Nostra?

In un film così rigorosamente attento al rispetto delle fonti documentali come Il traditore, questa frase è forse l’unica anomalia.

L’unica zona di palese inverosimiglianza. E quindi è da qui, da questo esplicito alert testuale, che è bene partire. Perché Bellocchio ci dice che anche in questo suo film – come in tutti i suoi precedenti – è prima di tutto allo sguardo che bisogna guardare. Alla sua capacità di strutturare il mondo e di rivelarlo. Che tipo di sguardo mette in campo dunque Marco Bellocchio per rievocare la vicenda umana, giudiziaria e familiare del collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, che negli anni ’80 fece arrestare centinaia di affiliati a Cosa Nostra, assestando una ferita mortale all’organizzazione criminale?

A me pare che nel film interagiscano tre diversi regimi di sguardo: la ricostruzione oggettiva, con pochi scarti temporali, della vicenda che induce Buscetta a collaborare con il giudice Falcone; la narrazione e l’evocazione dei fatti storicamente accertati e accertabili affidata al repertorio televisivo (le immagini del Tg che comunica gli arresti, la telecronaca dei funerali di Falcone con le lacrime della sorella di Schifani); infine il registro più visionario, quello che fa irrompere nella messinscena i fantasmi che popolano la mente di Buscetta, i suoi incubi, i suoi ricordi, le sue paure.

I tre registri (la ricostruzione filmica, la comunicazione mediatica, la percezione allucinatoria) coabitano e si intersecano con una scorrevolezza e una forza nuova in Bellocchio, che qui si libera delle sue consuete (e preziose) complicazioni metalinguistiche ed enigmatiche per cesellare il ritratto di un “uomo d’onore” che soprattutto nella prima parte – l’hanno detto e scritto in molti – sembra avere la statura di un padrino coppoliano.

Detto questo, tuttavia, non è vero che Il traditore non assomiglia a nessuno dei precedenti film di Bellocchio: il tema del tradimento, ad esempio, è centrale tanto in Buongiorno, notte (dove Chiara, interpretata da Maya Sansa, tradiva sia pure in sogno i suoi compagni brigatisti) quanto in Vincere (dove Mussolini tradiva Ida Dalser e suo figlio); la messinscena del maxi-processo con l’aula bunker, le gabbie, i detenuti urlanti, i campi lunghissimi e i primissimi piani, rievoca analoghe immagini in Il diavolo in corpo, per non parlare della centralità del tema della famiglia, che Bellocchio non cessa di indagare fin dai tempi di I pugni in tasca con uno sguardo che oscilla di volta in volta tra ferocia e fascinazione.

Le luci di Vladan Radovic (Anime nere), che sostituisce Daniele Ciprì alla direzione della fotografia, immergono la vicenda in tonalità cupe e barocche, punteggiate dall’esplosione dei fuochi d’artificio o dalla apparizione del cerchio della luna, mentre il montaggio strepitoso di Francesca Calvelli corre come il calcolatore che nella prima parte conta il numero dei morti per le strade di Palermo e conferisce al racconto un ritmo trascinante che cattura lo spettatore dal primo all’ultimo minuto.

Pierfrancesco Favino nei panni di Buscetta trova in Bellocchio un regista che lo dirige come mai nessuno prima e gli consente di creare quello che è ad oggi il suo personaggio più memorabile: un uomo consapevole del destino di morte che tutti ci attende, e che in quasi tutte le occasioni pubbliche indossa un paio di occhiali scuri. Come per nascondere gli occhi, per non mostrarli al mondo. Consapevole, prima di tutti gli altri, che lo sguardo, appunto, è l’espressione della realtà.