Palma (coreana) di nuovo a Oriente e trionfo del cinema più impegnato: niente di nuovo sotto il cielo grigio di Cannes che ha concluso la sua 72.ma edizione premiando però di più le donne. Salva il gran finale l’emozione sincera di Antonio Banderas.

ARTICOLO DI Laura Delli Colli

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Ancora una volta la Palma è andata a Oriente.

Dopo Un affare di famiglia del giapponese Hirokazu Kore’eda (premiato un anno fa) stavolta è stato Il parassita del sudcoreano Bong Joon-Ho a conquistare la Giuria del 72.mo Festival di Cannes, proprio il regista di un film che due anni fa era stato in gara con un titolo Netflix (prima che Netflix fosse bandita dal Festival nella guerra industriale contro le nuove ‘piattaforme’).

Parasite (un vincitore che stavolta almeno arriverà nei cinema italiani grazie ad Academy Two) racconta lotta di classe tra poveri e ricchi attraverso le vicende dei Ki-taek che sopravvivono di espedienti, e i Park, un confronto con un finale a sorpresa.

“Questo film è stata un’avventura, sono onorato del riconoscimento”, ha detto dal palco del Grand Theatre Lumiere il regista coreano.

Con Parasite ma, soprattutto, con i Dardenne (anche delle registe in selezione ufficiale) a Cannes ha vinto l’impegno dell’autorialità che, nella maggior parte dei film premiati offre riflessione ma non proprio un cinema di divertimento allo stato puro.

E così, sotto il cielo grigio che ha accompagnato tutta la sua 72.ma edizione, Cannes ha archiviato anche questi 12 giorni di grande cinema, passioni e (non poche) polemiche dividendo molto, nei commenti, le reazioni al verdetto finale.

La domanda più frequente, tra i bilanci, riguarda Tarantino: perché il Delegato generale del Festival Thierry Fremaux ha voluto in concorso e non in una serata evento C’era una volta… a Hollywood, che ha riportato Quentin Tarantino sulla Croisette a 25 anni dalla Palma d’Oro a Pulp fiction, offrendo a quest’edizione del Festival l’anteprima mondiale più attesa, ma soprattutto il red carpet superstar con Brad Pitt e Leonardo DiCaprio?

Condizione, forse, imposta dalla produzione per la trasferta a Cannes.

Facile immaginare, però, com’è accaduto, che l’America della sua Hollywood non sarebbe stata amata da un Presidente messicano così dichiaratamente anti Trump.

“Viviamo tempi difficili, la democrazia è sotto minaccia ma posso assicurare che non sono stato un dittatore: la decisione sulla Palma a Parasite è stata presa all’unanimità ha voluto, comunque smentire Inarritu spiegando esplicitamente che la Giuria “non ha fatto scelte politiche ma artistiche, perché il cinema deve parlare con la sua voce”.

Nella cerimonia finale tra le musiche di Ennio Morricone e gli applausi di una platea di superstar che ha messo insieme anche Sylvester Stallone e Vincent Cassel il regista sud coreano Bong Joon-Ho è stato premiato per il suo Parasite dall’icona, per eccellenza, del cinema francese, Catherine Deneuve e hanno ricevuto la Palma Céline Sciamma, in questo caso regista di Portrait de la jeune fille en fez Mati Diop, regista franco senegalese di Atlantique che racconta la storia attuale dei migranti che muoiono in mare.

Ladj Ly ha, invece, dedicato il riconoscimento per Les Miserables, ambientato in una banlieue parigina, “ai miserabili di Francia”, annunciando di aver invitato il Presidente Macron a vedere il film. Decisamente d’autore anche il cortometraggio che ha vinto la Palma d’Oro: The Distance Between Us And The Sky di Vasilis Kekatos.

La giovane attrice britannica di Little Joe Emily Beecham ha vinto come migliore attrice, il palestinese Elia Suleiman è stato premiato con la menzione speciale per It Must Be Heaven (glielo ha consegnato Chiara Mastroianni premiata per la prima volta da quando fa l’attrice per la migliore interpretazione femminile di Un Certain Regard) e Valeria Bruni Tedeschi ha consegnato la Caméra d’or alla miglior opera prima, Nuestras madres di César Díaz, presentata alla Semaine de la Critique.

I fratelli Dardenne, tra i premiati più anziani, ritirando il premio della Regia per Il giovane Ahmed sul percorso di radicalizzazione di un adolescente islamico si sono coerentemente dichiarati “contro il populismo identitario”.

Ma il momento più autenticamente ‘caldo’ della serata finale e certamente il Premio più applaudito dal pubblico del Palais è stato il ‘grazie’ sinceramente commosso di Antonio Banderas, miglior attore nel segno di Almòdovar per Dolor y gloria: “Mi ci sono voluti quarant’anni per essere qui… Pedro è il mio mentore, lo amo, lo rispetto e gli devo questo riconoscimento del quale vi sono molto grato. Lo ricevo a nome mio ma anche del mio personaggio, Salvador Mallo che, non è un segreto, è Pedro. Sì, ci siamo incontrati quarant’anni fa, abbiamo fatto insieme otto film, è il mio amico, il mio maestro e il mio mentore”.

Non era mai salito su quel palcoscenico, Banderas, e ha scherzato sulla sua emozione (“non è stata una buona notizia per il mio cardiologo”) ma, ha detto “Nella felicità c’è anche una nota amara, perché avrei voluto che Pedro fosse qui. So che è felice per me e lo ringrazio una volta di più».

«Questa è la mia notte, ma questo premio è dedicato a lui. Come suggerisce il titolo del suo film. E il meglio deve ancora venire”.

Anche a Cannes?

 

Il palmarès ufficiale

Palma d’oro: Parasite di Bong Joon-Ho

Grand Prix: Atlantique di Mati Diop

Premio per la migliore regia: Le jeune Ahmed di Jean-Pierre & Luc Dardenne

Premio della Giuria ex aequo: Les Miserablés di Ladj LY – Bacarau di Kleber Mendonca Filho & Juliano Dornelles

Premio per la migliore interpretazione maschile: Antonio Banderas per Dolor y Gloria di Pedro Almòdovar

Premio per la migliore interpretazione femminile: Emily Beecham per Little Joe di Jessica Hausner

Premio alla migliore sceneggiatura: Céline Sciamma per Portrait de la jeune fille en feu

Menzione speciale a Elia Suleiman per It must be heaven