Dolor y Gloria – La grafica e le animazioni di Juan Gatti

ARTICOLO DI Gianni Canova

Un magma di colori. Un pastiche. Rossi, fucsia, aranci, ocra. Spirali cromatiche. Miscugli. Impiastri. Dolor y Gloria, il film di Pedro Almodovar accolto con entusiasmo al Festival di Cannes, appoggia i propri titoli di testa su una tavolozza di colori sgargianti in cui l’informe prende forma, diventa fiore e bulbo, arabesco e ricamo, e subito dopo di nuovo si sforma.

Juan Gatti, da sempre grafico di fiducia di Don Pedro, autore di alcune delle più belle locandine dei film del regista madrileno, torna a lavorare con Almodovar dopo una lite pare piuttosto seria che li aveva divisi negli ultimi anni. Dolor y Gloria segna la riconciliazione: Gatti, argentino, visionario, surreale, firma grafica e animazione del film, emulando Saul Bass quando disegnava i titoli di testa dei film di Hitchcock: i titoli dovevano prefigurare il film, dovevano anticiparne la forma. Dovevano suggerire una chiave, un punto di osservazione.

I titoli di testa di Dolor y Gloria – così pregnanti, così carichi di senso e di bellezza se paragonati alla miseria di quasi tutti i titoli di testa di film italiani – ci dicono che il film che segue avrà a che fare con i processi di messa in forma. Con i modi con cui un artista trova la forma più adatta per esprimere i suoi fantasmi interiori. E infatti Dolor y Gloria è la storia (palesemente autobiografica) di un regista che non riesce più a dar forma alle sue visioni e che per uscire dall’impasse creativa oscilla fra l’eroina e la rivisitazione della memoria.

È l’8 ½ di Almodovar, ha scritto qualcuno. Forse, in parte. Certo è che rispetto a Fellini Almodovar ha più consapevolezza critica e metalinguistica (si vedano le citazioni di film come Niagara e Splendore nell’erba) e quindi meno candore onirico e visionario. Fellini danza nel cinema, Almodovar lo desidera e lo rimpiange. Per questo chiede al suo alter ego filmico (un commovente Antonio Banderas) di rivedere se stesso bambino, cercando nelle animazioni geografico-anatomiche disegnate a loro volta da Juan Gatti il racconto di come quel suo alter ego è pervenuto alla scoperta del mondo e di sé. Ma esaurita una prima fase di rammemorazione diligente, don Pedro molla gli ormeggi e naviga in mare aperto alla ricerca dei ricordi su cui ha cominciato a costruire la propria identità. E allora c’è il cinema, prima di tutto: “Il cinema della mia estate sa sempre di pipì, di brezza e di gelsomino…”.

Sembra che Don Pedro stia imbastendo un lavoro su stesso, alla ricerca delle radici della propria omosessualità, mentre in realtà sta solo cercando l’idea per fare un nuovo film. Ovviamente, la trova dentro se stesso. Nel ricordo di come e quando è nato in lui il primo desiderio omosessuale. Dolor y Gloria arriva da lì, da quella scoperta. Da quella rimembranza. Ma nello stesso istante succede qualcosa: l’ultima inquadratura del film è una delle più belle metafore su cos’è il cinema, e su come nasce, e su dove attinge il desiderio che lo nutre. È il cinema che nutre la vita, o è la vita che procura vitamine al cinema? Questo è il dilemma. Per chi lo guarda, il cinema, ma anche per chi lo fa. I colori grafici sgargianti di Juan Gatti sorridono sul titolo del film che diventa titolo di coda.