Essere Leonardo da Vinci – La regia di Massimiliano Finazzer Flory

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Tutto comincia con lo sguardo di un bambino sull’acqua.

Una mano si immerge in un ruscello. Le dita si fanno lambire dall’acqua che scorre. Poi un drone sale in alto nel cielo e ci ritroviamo davanti alle cascate dell’Acquafraggia. Un uomo adulto, con una lunga barba, muove le mani in sintonia con il movimento dell’acqua che cade. E una voce fuoricampo dice le parole con cui la nostra lingua cerca di afferrare il mistero dell’eterno fluire dei liquidi: “ondulazioni sommergimenti ricascamenti riattuffamenti serpeggianti flussi e riflussi ruine recipienti…”.

La lingua è quella autentica, antica e rinascimentale, di Leonardo da Vinci.

Suo lo sguardo sul mondo: “Il moto è causa di ogni vita”. La voce però è quella del regista/attore Massimiliano Finazzer Flory, che per celebrare i 500 anni dalla morte di Leonardo si cala nei panni del genio, ne assume le fattezze e, appunto, la lingua. Il riferimento, esplicito fin dal titolo, è al film Essere John Malkovich di Spike Jonze; lì, nel capolavoro americano, un burattinaio trovava il varco per penetrare nella testa di John Malkovich e per vedere il mondo con gli occhi di lui, qui invece è l’autore che si cala nella testa di Leonardo con l’ambizione di riuscire a farci vedere il mondo e le cose, appunto, come poteva vederle o intuirle o sognarle il genio scomparso mezzo millennio fa.

Il film, prodotto anche con il sostegno di BNP Paribas, è una sorta di “looking for”, ha la struttura di un ricerca che è al tempo stesso un omaggio e una ricognizione: due giornalisti – uno italiano e uno americano – si mettono sulle tracce di Leonardo, visitano i luoghi autentici dove egli operò (dalla casa natale alle scuderie di Vigevano, dalla biblioteca Ambrosiana al Castello Sforzesco e alla sala delle Asse, via via fino a Firenze e a Santa Maria Novella) e alla fine si ritrovano nella sua ultima dimora, a Clos-Lucé, vicino al Chateau Royal d’Amboise, dove improvvisamente il genio si materializza e concede ai due – uno giovane, ambizioso, al primo articolo davvero importante, l’altro più maturo, equilibrato, posato, ma a sua volta sedotto dal fascino di Leonardo – una sorta di imprevista ma illuminante intervista impossibile.

La cosa che più colpisce, nel film, è la passione con cui l’autore aderisce a Leonardo, e cerca di farlo rivivere davanti alla macchina da presa, lasciando che siano le sue parole a tessere come una rete magnetica attorno allo spettatore. Così, passando per sequenze di forte suggestione visiva, come quella immersa nella penombra e ambientata fra i riflessi delle immagini del Cenacolo, Leonardo parla dei suoi sogni sul nibbio (quello esaminati anche da Sigmund Freud) e della sua teoria dei colori, della sua visione della musica come “figurazione dell’invisibile” e dei suoi studi sul corpo umano, in una docufiction che esce dai binari consueti e ci accompagna a poco a poco verso l’epilogo, con Leonardo che torna a Vigevano e si allontana di spalle, dopo aver espresso il suo sogno di un’umanità futura capace abbracciarsi e intendersi da una parte all’altra del globo.

A pensarci bene, non sono molti i Leonardo del grande schermo: ma fra quello interpretato da Paolo Bonacelli che imparava i segreti della tecnica da Benigni e Troisi venuti dal futuro in Non ci resta che piangere e quello annunciato da Leonardo DiCaprio, che pare debba il proprio nome alla venerazione di sua madre per il genio vinciano, quello di Finazzer ha una sua pensosa e profonda serietà. E ha il pregio di lasciare che Leonardo resti, prima di tutto, un mistero.