Mug – Un’altra vita – La fotografia di Michal Englert

ARTICOLO DI Gianni Canova

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L’immagine non è mai totalmente a fuoco. Quasi mai. Dall’inizio alla fine del film il direttore della fotografia Michal Englert, in accordo con la regista Małgorzata Szumowska, applica la tecnica della messa a fuoco selettiva. Seleziona cioè la porzione di immagine che vuole sia perfettamente a fuoco e lascia più o meno sfuocato il resto. È talmente insistito e vistoso, il procedimento, che stupisce come la maggior parte dei recensori del film – Gran Premio della giuria al Festival di Berlino del 2018 – non ne faccia nemmeno cenno, limitandosi a disquisire sulla metafora dell’operaio con il volto sfigurato dopo un incidente sul lavoro, respinto come un mostro o un alieno dalla sua religiosissima comunità in un angolo profondo della provincia polacca.

Mug (che in polacco significa “brutto muso”) in realtà non è solo questo: è – anche e soprattutto – una sfida continua fra autore e spettatore su cosa e dove guardare, su dove indirizzare lo sguardo, su cosa mettere a fuoco. Perché non è detto che noi spettatori seguiamo il suggerimento degli autori e guardiamo dove l’immagine è a fuoco. A volte, anzi, accade esattamente il contrario: attratti dalle zone più sfuocate dell’immagine, facciamo scivolare il nostro sguardo proprio lì, dove quel che si vede è meno evidente, dove i contorni e le forme sono più oscuri, e dove lo sguardo deve interrogarsi su quel che sta osservando.

Perché è questo, in ultima istanza, Mug: un invito continuo a interrogarci su cosa stiamo vedendo. Su cosa attira la nostra attenzione. Su quanto ci lasciamo indirizzare e condizionare dalla scelta della regista e del direttore della fotografia, accettando che siano loro a mettere a fuoco per noi. Siamo lontani, insomma, sia dai canoni più ovvi di una messinscena “realistica” sia – anche – dalla facile scappatoia della metafora socio-politica. Lo dimostra in modo eloquente l’indimenticabile sequenza d’apertura.

Nowhere, dice la dida iniziale. Da nessuna parte. Facce di gente comune, primi piani nel buio. Alcuni a fuoco, altri no. All’improvviso si accendono le luci e un totale ci fa capire che siamo all’ingresso di un centro commerciale. Davvero un non-luogo. Le porte si aprono e la gente si fionda all’interno. Tutti – uomini e donne, giovani e vecchi – si strappano gli abiti di dosso, restano in mutande (e reggiseno, se donne…) e si gettano con i loro corpaccioni flaccidi e adiposi, informi, sgraziati, con la loro lingerie da mercatino dei poveri, con la cellulite che deborda da tutte le parti, su alcune merci pregiate (televisori d’ultima generazione?) che la direzione consente di portar via a chi riesce ad accalappiarli.

La fotografia è gelida, giallastra, piatta. Ma lo sguardo non è cinico, solo un po’ grottesco. Soprattutto nella plongé verticale dall’alto, dove le “formiche” umane che si contendono le merci sono come inchiodate al loro triste destino. Per tutto il film Małgorzata Szumowska e Michal Englert mettono a fuoco e sfuocano gli abitanti di questo angolo remoto della Polonia più profonda, impegnati a costruire una statua di Cristo più alta ed imponente di quella di Rio de Janeiro, sempre pronti a infilarsi nel confessionale per confidare al prete morbosetto segreti e bugie, ma del tutto incapaci di accettare il giovane Jacek, operaio heavy metal, lungocrinuto e tatuato, bizzarro quanto basta, che cade dal collo della statua del Cristo e si sfigura orribilmente il viso. Subirà il primo trapianto di volto nella storia della chirurgia polacca, ma si ritroverà con tratti vagamente “mostruosi”: tanto che verrà respinto da tutti, a cominciare dalla madre e dalla ex-fidanzata, incapaci di mettere a fuoco lo sguardo su un volto che esce dai canoni consueti.

Immerso in una società di freaks inconsapevoli di essere tali, subirà perfino un esorcismo che dovrebbe liberarlo dal mostro che – dicono in paese – si sarebbe impossessato di lui. Questione di sguardi, ancora una volta. Perché la mostruosità è sempre e solo nello sguardo di chi guarda. Questo ci dice Mug con il suo gioco sulla sfocatura dell’immagine. E se non bastasse Małgorzata Szumowska sceglie di chiudere con una provocazione di eloquenza cristallina: una volta montata la testa sulla statua del Cristo, le autorità religiose si accorgono che l’hanno fatto guardare nella direzione sbagliata. Tanto che perfino la statua, nell’inquadratura finale, rischia di risultare “mostruosa”.