Dilili a Parigi – L’animazione di Michel Ocelot

ARTICOLO DI Gianni Canova

Tempo di lettura: 3 minuti

Ci ha lavorato per 12 anni. Tanti ne sono passati dal suo ultimo capolavoro, Azur e Asmar (2006). Ma il tempo non ha scalfito il talento di Michel Ocelot e Dilili a Parigi conferma ora in pieno tutte le sue doti di incantatore e poeta. Perché anche questo suo ultimo film, come tutti i precedenti, a cominciare dal notissimo Kirikù e la strega Karabà (2001), è un piccolo gioiello: un film cesellato più che disegnato. E poi esploso in una tavolozza di colori che lascia a bocca aperta per la ricchezza cromatica, per l’arditezza degli accostamenti, per la vivezza dei gialli, dei verdi, dei blu.

Dall’Africa nera di Kirikù e dal medioevo arabo di Azur e Asmar, da quelle atmosfere da Mille e una notte, questa volta Ocelot (che è al contempo sceneggiatore, regista e anche animatore) ci trasporta nella Parigi della Belle Époque, e sceglie come guida una ragazzina kanak originaria della Nuova Caledonia, portata a Parigi per “recitare” in un’installazione che dovrebbe riprodurre un modo di vita esotico per il pubblico dell’Esposizione universale, ma che poi si libera, esce dallo “zoo umano”, va in giro vestita come una bambola (abitino bianco con fiocco e cintura giallo limone) e ci presta il suo stupore nella scoperta di una Parigi caput mundi dove vivono fianco a fianco artisti come Monet, Renoir, Picasso, Debussy, Satie, Proust, Toulouse-Lautrec e tanti altri.

Questa volta la tecnica di alto artigianato di Ocelot è ancora più raffinata del solito. Parigi infatti non è disegnata, è fotografata dallo stesso Ocelot (migliaia e migliaia e migliaia di foto, scattate con pazienza giorno dopo giorno…).

Dalle immagini così “catturate” Ocelot cancella poi ogni traccia di modernità, ogni segno che possa dare alla storia una connotazione temporale ben precisa, in modo da consentire alle sue immagini fotografiche di essere credibili e verosimili come sfondo di una vicenda ambientata all’inizio del Novecento. Poi su queste foto così “ripulite” Ocelot interviene con il disegno animato. Così la sua piccola Dilili, il suo chaperon (il bellissimo Orel) e tutti gli altri personaggi sono disegni animati, così come lo sono le luci (le luci! Che meraviglia…!).

La festa per gli occhi è assicurata, anche perché il gusto di Ocelot oscilla fra il liberty e l’Art déco, ma con vistose influenze anche da pittori come Rousseau e Ligabue. Su questo impianto pittorico di rara raffinatezza, dove tutto si anima con un’eleganza da togliere il fiato, Ocelot innesta una parabola morale dalle fortissime implicazioni culturali e perfino politiche: egli immagina infatti che a Parigi agisca una sorta di setta clandestina, i Maschi Maestri, che vive prevalentemente nei sotterranei, tra i canali fognari e le caverne d’altri tempi, e che rapisce tutte le ragazzine che hanno l’imprudenza di spostarsi da sole in città.

L’obiettivo dei Maschi è quello di ripristinare quello che essi ritengono l’ordine “naturale” delle cose, riportando le donne a una condizione di totale asservimento, costrette come sono – quando vengono catturate – ad assumere una posizione a quattro zampe e a strisciare per terra, offrendosi tutt’al più come seduta/divano per il comfort e la comodità dei maschi padroni. Dilili le libererà da questa intollerabile cattività con l’aiuto di altre donne che vivono nella Parigi della Belle Epoque, da Sarah Bernhardt a Camille Claudel, da Colette a Marie Curie, tutte ridisegnate da Ocelot con accurata e appassionata fedeltà.

C’è una tensione civile, nel film, e c’è un amore per Parigi, per la cultura europea, per la convivenza, per la tolleranza, che di questi tempi sono davvero rari: Ocelot parla a tutti, incanta grandi e bambini, e il suo cinema è uno dei più efficaci antidoti contro il razzismo che il cinema abbia mai prodotto. E quando Dilili, scarrozzata nel triciclo di Orel, dopo Montmartre, gli Champs Elysées, l’Opèra finisce davanti a Notre Dame, con la sua guglia ancora intatta, viene davvero un groppo in gola: anche perché Ocelot ci ricorda che il cinema, tra le tante funzioni che svolge, ha anche quella di mantenere in vita ciò che non c’è più.