Cyrano Mon Amour – La regia di Alexis Michalik

ARTICOLO DI Gianni Canova

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È l’equivalente francese di ciò che Shakespeare in love è stato per il cinema inglese: un esempio riuscito e coinvolgente di corteggiamento e poi di fusione fra cinema e teatro, fra palcoscenico e set, tra la finzione e la vita. Cyrano mon amour non è l’ennesima trasposizione della celebre pièce di Edmond Rostand (il pezzo teatrale più rappresentato al mondo). È piuttosto un making of, è il racconto “dietro le quinte” dei modi e dei tempi un po’ rocamboleschi che portarono il giovane e squattrinato drammaturgo Edmond Rostand a scrivere in poche settimane il suo capolavoro e a portarlo in scena con un’accoglienza trionfale al Théatre de la Porte Saint-Simon di Parigi il 28 dicembre 1897.

La storia inizia due anni prima, nel dicembre 1895. Nella Parigi elettrica della Belle Epoque, Edmond Rostand è un giovane ambizioso e appassionato che scrive drammi in versi apprezzati dagli attori (a cominciare dalla sua musa Sarah Bernhardt), ma non altrettanto dal grande pubblico. La sera del 28 dicembre è anche lui fra gli spettatori che al Théatre des Capucines assistono alla prima proiezione pubblica del cinematografo. Rostand – così almeno immagina il film di Michalik – è folgorato sulla via dei Lumière. Capisce che il vecchio teatro è morto e che sul palcoscenico, dopo che sono arrivate le “vedute” del cinematografo, bisogna osare. Rompere. Far irrompere il nuovo.

Cyrano mon amour è la storia romanzata di come ci riesce. Con un ritmo che sembra ricalcato sulla metrica più raffinata della poesia francese, il regista Alexis Michalik prende la macchina da presa e la fa danzare fra le vie di Parigi e sui palcoscenici dei teatri, in una girandola di incontri, ricatti, fallimenti, tradimenti, equivoci e boicottaggi che recupera il meglio del teatro francese 800centesco (a cominciare da Feydeau e dalla tradizione della pochade) e lo trasforma in cinema. Perché Cyrano mon amour, pur svolgendosi in gran parte su un palcoscenico, non ha nulla del film “teatrale”: le convenzioni del teatro vengono continuamente infrante e tra quinte e sipario irrompono l’ariosità e la leggerezza del cinema.

“Siamo artigiani dell’effimero”, dice di sé l’attrice che deve interpretare Roxane. Vero: per gli attori teatrali esiste solo il presente, non hanno ancora la prospettiva “lunga” che il divismo cinematografico regalerà loro. Quel che già sanno – e che il film di Michalik ci ricorda – è che nella vita ognuno recita e indossa maschere, mentre sul palcoscenico non si può che essere se stessi. Ma è nella caratterizzazione di Rostand, il drammaturgo che trae linfa vitale e ispirazione creatrice scrivendo lettere d’amore per una fanciulla che non sa che è lui a scrivergliele, che il film di Michalik dà il meglio di sé.

“Conta solo il desiderio”, dice Rostand. “Il desiderio spinge l’uomo a conquistare imperi. A scrivere romanzi o sinfonie. Una volta soddisfatto, l’uomo abbandona l’impresa”.

È il desiderio inappagato che muove il mondo, feconda il teatro, illumina il cinema.

Cyrano mon amour è un atto d’amore per il desiderio ma anche, al tempo stesso, un saggio sulla fenomenologia del successo. Perché per arrivarci, al successo, devi combattere. Devi vincere resistenze, incomprensioni, contrattempi, boicottaggi, delusioni, imprevisti, fatalità. E se la sera della prima ti ritrovi con il teatro semivuoto devi fare quello che oggi chiamiamo “marketing”.

Nel film, ad esempio, chiamano e fanno entrare gratis prostitute e avventori dei locali del circondario: saranno loro a decretare il trionfo e a richiamare per 40 volte gli attori sulla ribalta. Senza quel gesto temerario e sfidante, senza quella decisione tempestiva, l’opera non avrebbe avuto il successo che sappiamo e forse sarebbe caduta nell’oblìo. Il cinema italiano, così incapace di fare marketing, ne ha di che meditare, in attesa che qualcuno metta sul piatto qualche idea non peregrina su come si lancia e si promuove un film. Su come si innesca il desiderio di cinema.

Per ultimo: iniziato con la proiezione dei Lumière, Cyrano mon amour torna al cinema anche alla fine. Al quinto atto della pièce le pareti del teatro improvvisamente scompaiono e il monologo finale di Cyrano viene pronunciato su un set e non sul palcoscenico. La fusione è avvenuta, ora l’effimero può conquistare il mondo e farsi eterno.