DolceRoma – La recitazione di Luca Barbareschi

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Siamo sempre lì. O qui. Alle prese con il solito problema ereditario: che fare dell’ingombrante presenza di giganti come Alberto Sordi nella storia del cinema italiano?

40 anni fa, in Ecce bombo, Nanni Moretti – da quel moralista narciso che è – urlava stizzito: “Ve lo meritate Alberto Sordi!”.

Ora invece Fabio Resinaro (regista) e Luca Barbareschi (interprete e produttore) ad Alberto Sordi mettono i baffi. Cioè fanno sull’icona dell’italianità filmica un’operazione analoga a quella che Duchamp fece con la Gioconda. Uno sberleffo dada. Uno sghignazzo. Per andare oltre.

Verso il modello di italianità non più “sordesco” ma esemplarmente contemporaneo che è qui interpretato impagabilmente proprio da Luca Barbareschi.

DolceRoma sta tutto sulle sue spalle: è lui che dà al film energia, ritmo, cazzimma e senso. Quel che si dice: il ruolo di una vita. Nei panni del produttore cinematografico Oscar Martello – panciuto, gaudente, tabagista, bevitore e imprecatore seriale – Barbareschi dà forma e vita a un modello di italiano che finalmente spazza via tante figurine a mezzetinte – mezze buone e mezze no, mezze ciniche e mezze patetiche, sempre un poco malinconiche –  che da troppi anni spopolano sui nostri schermi e li monopolizzano.

Il personaggio di Barbareschi se li pappa tutti: basta ominicchi melliflui, basta arte di arrangiarsi, basta strategie del conformismo e del compromesso. In una Roma in cui “nessuno dice mai quello che pensa e nessuno fa mai quello che dice”, il suo Oscar – gran barba bianca, taglio di capelli fumantino, portamento gradasso – è davvero un personaggio che “ti promette l’inferno, ti ci porta e poi ti lascia lì con il conto da pagare”.

Furente, bilioso, irascibile, cialtrone, gradasso e vanaglorioso, con i suoi gessati da elegantone, i suoi fazzolettini nel taschino e il sigarone sempre acceso tra le dita, sembra davvero il fantasma di Gassman tornato in scena, ma con una furia distruttiva che Gassman non conosceva. Volgare quanto basta, sfacciatamente ricco, capace di far suonare Mozart o Beethoven al suo pianoforte da 450.000 euro grazie a un software che lo libera dalla fatica di imparare la musica, ostentatamente superiore alla “fanghiglia merdosa” che lo circonda, incapace di affetto verso le due figlie avute da una moglie ricchissima e appassionata di bagni nel miele, Oscar è il prototipo di un modello di produttore mai portato sulla scena con tanta grottesca ferocia.

Quando nel finale impugna prima la mazza e poi la katana, e tra fuoco e fiamme distrugge tutto ciò che gli capita a tiro, diventa davvero una sorta di Oscar furioso che Barbareschi rende simile a un moderno Nerone sudato e ghignante: un personaggio che non si dimentica tanto facilmente. Dopo tante lamentose querimonie su quanto è difficile fare il cinema, finalmente un film che racconta con furia come spesso ci si riduce a farlo, il cinema. In Italia, ma non solo.