Bentornato Presidente! – La recitazione di Claudio Bisio

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Lo fa due volte. All’inizio e alla fine.

All’inizio addirittura puntando il dito verso lo spettatore. Alla fine, congedandosi con un più colloquiale: “Eh, che ne dite?”.

Per due volte, in Bentornato Presidente!, Claudio Bisio guarda in macchina. Compie il gesto vietatissimo agli attori del cinema classico hollywoodiano: l’interpellazione, il camera look.

Guardandoci, Bisio ci chiama in causa. Rompe la parete della finzione.

È il meccanismo – tipico della tv più che del cinema – del coinvolgimento diretto attraverso il monologo.

Più di una volta il personaggio del recidivo Peppino Garibaldi, il “candide” montanaro/pescatore che torna a fare il Presidente (questa volta del Consiglio, non della Repubblica) per amore, ha la tentazione di mettersi a monologare. Come se fosse in una serata del Festival di Sanremo.

Poi però si ferma, si frena. La sceneggiatura lo frena. Eppure Bisio – l’attore, il brand Bisio – è più forte dei ruoli, dei personaggi, degli show che di volta in volta gli vengono proposti.

Cranio pelato luccicante, occhi sporgenti, mobilità facciale da brivido, Bisio resta Bisio: che faccia il giudice a Italia’s Go Talent, o che intervenga sul palco dell’Ariston a Sanremo, che reciti nel suo monologo teatrale Father and Son o che provi a interpretare l’ingenuo che cambia la politica

proprio perché estraneo al cinismo che domina nei palazzi del potere.

Gli autori di Bentornato Presidente! lo sanno. Lo sanno a tal punto che usano le forme simboliche del bisioismo mediatico (a cominciare dal cranio pelato) come calotta su cui costruire i bellissimi titoli di coda, trasformando di volta in volta il cranio stesso nel lampeggiante sul tetto di un’auto della polizia o in una boule de neige da salottino gozzaniano.

Bisio è bravo. È attore vero. Lo si vede nella scena in cui deve fingersi gay giocando sul registro di una duplice ambiguità nei confronti del personaggio che deve fingere (fingere?) di sedurre e nei confronti dello spettatore. Ma lo si vede anche quando gesticola e mette le mani in tasca e poi gesticola di nuovo nella scena in cui deve convincere il presidente della Repubblica a firmare il suo decreto, o quando applica la terapia dell’accetta per guarire dal mal d’amore abbattendo abeti a colpi d’ascia.

E tuttavia c’è sempre una sfumatura di eccesso in lui. Eccesso di euforia. Eccesso di candore. Eccesso di adesione. Come se non potesse fare a meno di eccedere nel tentativo di forzare la potenza del suo brand (il suo cranio pelato, la sua simpatia, il suo ritmo elocutivo) che è così radicato, uncinato e cementificato nell’immaginario collettivo da far sì che ai suoi personaggi tu non riesca mai a credere fino in fondo.

Il bisioismo vince sul garibaldismo, sul candidismo, sul populismo. E sulla satira al populismo. Lui lo sa. Credo lo sappia. E allora non gli resta che rompere ogni pretesa di illusione.

Guardandoci. Interpellandoci. Nel suo voler essere un selfie-movie sulle miserie (etiche, non economiche) dell’Italia e degli italiani, Bentornato Presidente! ha l’onestà di giocare a carte scoperte. Lasciando che sia Bisio a dire che stavolta non si punta il dito contro i politici, ma si parla di noi. Tanto vale dircelo guardandoci negli occhi. Nella speranza che ci sia qualcuno ancora capace di vedere che ad essere chiamati in causa una volta tanto non sono gli “altri” ma – miseramente – proprio noi stessi.