Peterloo – La regia di Mike Leigh

ARTICOLO DI Gianni Canova

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La macchina da presa vagola per il campo di battaglia.

Cannoni fatti a pezzi. Fuochi. Fumo nero. Qualcuno passa a cavallo.

Qualcun altro spara. Non si sa a chi.

In piano sequenza, senza stacchi, Mike Leigh misura sul campo di Waterloo il caos della guerra. L’insensatezza della guerra. Dal fumo emerge la giubba rossa di un giovane trombettiere. Suona. Cosa suona? L’attacco o la ritirata? La macchina da presa lentamente va sul primo piano del trombettiere. Primissimo piano. Schizzi di sangue sulle guance. Un’espressione di smarrimento stampata sul volto. Smarrimento e terrore. Si gira a destra, poi a sinistra. Il fumo lo avvolge. L’insensatezza lo abbraccia, lo preme, lo schiaccia. Dissolvenza incrociata. Alcuni soldati camminano in campo lunghissimo. Sono i sopravvissuti che tornano a casa. Che ci provano.

L’incipit di Peterloo è esemplare: Mike Leigh vi condensa il senso di questo suo kolossal in costume ambientato nell’Inghilterra di inizio ‘800. Napoleone è sconfitto. Ma neanche gli inglesi possono cantare vittoria o dirsi vincitori. Mentre il Parlamento inglese delibera un premio di 750.000 sterline per il duca di Wellington, il vincitore di Waterloo, i reduci zoppicano e incespicano nel fango e nella miseria. Come il trombettiere dell’incipit: che dal fango del campo di battaglia si ritrova nel fango di casa. In una casa dove tutto ha il colore del fango. Gli abiti, le pareti, la pelle. Perfino la pasta del pane. La povertà cola sui muri, impregna le strade, galleggia al mercato. Dove perfino le uova sono un lusso impossibile. Ma i giudici integerrimi condannano sempre e solo i poveri. Condannano chi ha rubato un cappotto all’impiccagione. O alla frusta. O alla deportazione in Australia. Li mandano laggiù, gli indesiderabili. Gli irrecuperabili. Espulsi. Esiliati. Eliminati.

Dopo un film tutto pittorico come Turner, anche questa volta Mike Leigh si misura con la sua passione per l’arte e costruisce un film dove dipinge con la luce. Per gli interni, ad esempio, il modello è la pittura fiamminga. Vermeer a Manchster. Rembrandt in Gran Bretagna. Chiaroscuri. Visivi e mentali. Perché nel ventre nero del popolo si sta accendendo una luce. Sta per esplodere la rivolta. La rabbia monta, la furia sale, l’ira cresce. Peterloo è la messinscena della genesi di questa rivolta che i libri di storia hanno spesso trascurato: quella che il 16 agosto 1819 vede riunirsi a St. Peter’s Field, Manchester, oltre 60.000 manifestanti, travolti dai poliziotti a cavallo della Guardia Nazionale che irrompono sulla folla lasciando sul terreno svariati morti e tanti feriti.

Per analogia con la battaglia di Waterloo, il massacro passa alla storia con il nome di Peterloo.

La regia di Mike Leigh è monumentale. Per la durata del racconto (più di due ore e mezza). Per l’afflato epico che lo attraversa. Per la quantità di personaggi e di comparse coinvolti. Sembra un film d’altri tempo, Peterloo. Corale, stratificato, sontuoso. Storicamente accurato. Senza vistosi errori di contesto. Con una rigorosa ricostruzione del clima sociale che portò a quel tragico epilogo: la miseria del popolo, una tassa sul grano che riduceva alla fame buona parte della popolazione, una tensione palpabile ed esplosiva.

Ma a colpire è soprattutto il realismo dei dettagli: il fango delle strade, l’erba alta nelle campagne, l’aria gelida, gli oggetti di uso quotidiano. E poi – vero cuore del film – il massacro: quasi 30 minuti, quasi senza sangue, quasi da togliere il fiato. Inquadrature gremite all’inverosimile, la calca, la “marmaglia” riunita in piazza, la cavalleria che fende la folla, la polvere, le urla, il disordine, il panico, la morte, il silenzio. Cinema da brivido. Cinema furente. Cinema raggelante. Cinema come ormai non lo si fa quasi più.