Boy Erased – Vite Cancellate – La regia di Joel Edgerton

ARTICOLO DI Gianni Canova

Come avvolto in una cappa di foschia. Come opacizzato. Come ricoperto da un’uniforme patina grigiastra. Resta addosso questa sensazione, prima di tutto, al termine della visione di Boy Erased – Vite cancellate: una voglia di luce, di chiarezza, di aria fresca, dopo un film che ha fatto di tutto per relegarci con il protagonista in un mondo chiuso e senza luce.

La storia, come è noto, si ispira a una vicenda realmente accaduta: un ragazzo del Wisconsin viene rinchiuso dai genitori in una comunità di “rieducazione” che lo liberi e lo purghi dalle sue evidenti pulsioni omosessuali. Non può esserci luce, in una storia così. E infatti le scene si susseguono una dopo l’altra galleggiando in una penombra che prende alla gola. Il plot va avanti e indietro nel tempo e rievoca il passato del giovane protagonista prima della reclusione. Ma i momenti più agghiaccianti sono proprio quelli dentro il collegio: lì, fra confessioni da “alcolisti anonimi”, minacce, deprivazioni identitarie e punizioni corporali, i corpi dei ragazzi vengono sottoposti a procedure che vorrebbero essere “uniformanti” e “rieducanti”.

E il regista Joel Edgerton riserva a sé – come attore – la parte più difficile ed odiosa: quella del sedicente istitutore con baffi ed occhiali che pianifica la rieducazione e la gestisce in prima persona in aula. In lui, nella sua convinzione ferrea, nell’ambizione di piegare le vite e le anime degli altri, calandole in un progetto che vorrebbe essere religioso, c’è il germe di ogni totalitarismo. Quello di chi pretende di distinguere e separare ciò che è normale da ciò che non lo è. Di chi pretende di dividere il bene dal male. Di chi crede di possedere la verità assoluta e di essere autorizzato per ciò stesso a imporre la propria verità anche agli altri.

La regia di Edgerton (che è noto soprattutto come attore in film come Animal Kingdom, Exodus o Loving, e che aveva esordito come regista non molti anni fa con The Gift – Regali da uno sconosciuto) è quasi chirurgica nella sua ansia di denuncia: ritmo rarefatto, atmosfere sospese, ralenti sulle scene di punizioni corporali, inquadrature via via più ravvicinate a segnare il climax emotivo. E poi primi piani insistiti sul volto volutamente attonito e come anestetizzato del bravissimo Lukas Hedges nei panni del protagonista. Qualche dettaglio magari è un po’ “telefonato” (il giochino del ragazzo che sporge la mano fuori dal finestrino e viene puntualmente rimproverato dalla madre, una bionda e cotonata Nicole Kidman), il finale (“Quattro anni dopo”) un po’ troppo ottimista e paraculo con il dialogo risolutivo tra il figlio ribelle e il padre ostinato (un appesantito, quasi irriconoscibile Russell Crowe), ma il cuore del film, quello più concentrazionario, più cupo, più asfissiante, lascia il segno.

Boy Erasered disegna la forma basica di ogni processo inquisitorio. E ci immerge in un mondo di intolleranze e fanatismi che purtroppo riprende fiato anche dentro il nostro tempo. Un mondo arido e feroce, cinico e ignorante. Un mondo senza luce e senza amore.