Gloria Bell – La recitazione di Julianne Moore

ARTICOLO DI Gianni Canova

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La macchina da presa scivola fra i corpi. Ondeggia fra le ombre che ballano. La luce in discoteca è bassa, soffusa. Poco più che penombra.

Lei appare all’improvviso, confusa fra gli altri. E subito la macchina da presa la stana, la punta. Le piomba addosso, non la molla. Gloria Bell appare così, nel film che porta il suo nome. Elegante, armonica, energica.

Un uomo la abborda. Le chiede di ballare. Lei non lo respinge, ma di fatto continua a ballare da sola. L’inquadratura è su di lei. Sempre su di lei. Di lui non si vede nemmeno il volto, il capo. Perché è lei il centro del film. Centro e cuore. Centro e ventre. Centro e sguardo.

Girando il remake hollywoodiano del suo Gloria (2013), il regista cileno Sebastian Lelio sceglie la forma del clone: come già Gus Van Sant con Psyco di Hitchcock o Michael Haneke con Funny Games, il remake riproduce l’originale quasi inquadratura per inquadratura. Qui però Gloria acquista un cognome (Bell) e un altro corpo. Là, nel film cileno, Gloria era interpretata da Paulina Garcia, qui nientemeno che da Julianne Moore, la rossa fiammeggiante di indimenticabili mélo come Lontano dal paradiso.

Qui però, per la verità, Julianne non è più rossa. È biondiccia. Nel finale è decisamente bionda. A volte – soprattutto nelle scene di sesso – Sebastian Lelio la avvolge in una luce rossastra ramata, ma poi di fatto le fa compiere un percorso analogo a quello a cui viene sottoposta Kim Novak nella seconda parte di Vertigo: dalla sensualità prorompente dei capelli rossastri a quella apparentemente algida e trattenuta dei capelli biondi.

Sarà un caso che il parco-giochi in cui Adolf, lo spasimante indeciso interpretato da John Turturro, la conduce per giocare a Paintball si chiami Vertigo Park? Solo perché lì ci si lancia nel vuoto in esperienze controllate di jumpimg o perché anche Gloria, in fondo, è una donna che vive due volte?

Julianne Moore aderisce al personaggio, alla sua drammaturgia della solitudine, al suo disperato bisogno d’amore, con un’intensità che lascia senza parole. Ci sono in particolare due sequenze in cui l’attrice dà al personaggio – a questa donna 50enne, con due figli grandi che non hanno più bisogno di lei, mollata dal marito, sola nel deserto di Los Angeles – una forza e una verità quasi incredibili. La prima è quando Adolf, il corteggiatore galante ma mellifluo e titubante – le legge i versi di un poeta sudamericano sull’amore. Quelli che dicono, tra l’altro: “Se tu fossi un piede io sarei un calzino, se tu fossi un uovo fritto sarei un pezzo di pane”, e così via. La macchina da presa è su di lei, fissa. E lei – in piano sequenza – prima sorride, poi ride, lusingata dal pullulare di metafore legate alla vita quotidiana, poi – sempre senza stacchi – si rabbuia e alla fine si commuove e si asciuga gli occhi dalle lacrime. Niente trucchi.

Julianne/Gloria passa dal riso al pianto senza soluzione di continuità, depositando nell’immagine un’impronta di indiscutibile verità. L’altra sequenza in cui Julianne mostra tutto il suo virtuosismo di attrice è quando – nel finale – dopo aver dato alla sua storia la soluzione che qui non vogliamo rivelare – al volante della sua auto, dove prima era solita cantare a squarciagola, ora piange e ride contemporaneamente. Ma non prima piange e poi ride. No: Julianne fa le due cose simultaneamente, e il suo primo piano resta lì, oscillante, in una voluta e commovente sospensione che mescola le emozioni e le confonde, e ci urla quanto gioia e disperazione nella vita siano spesso solo le due facce della stessa medaglia, e come una delle due non possa che bilanciarsi con il suo opposto.

Gloria. Gloria che si risveglia sola, a bordo piscina, fasciata nel suo vestitino argentato, dopo una notte di stordimento e solitudine a Las Vegas. Gloria che piange all’aeroporto e si copre la bocca con le mani quando la figlia se ne va. Gloria affranta al bar, che appoggia il capo sul tavolo e si nasconde dietro la sua borsa arancione. Gloria sdraiata per terra. Gloria che non risponde più al telefono. Gloria che si illude, Gloria che si disillude. Gloria che dà un taglio al passato. Fino all’ennesimo, bellissimo piano sequenza finale, dove lei – nel suo vestitino verde (anche Kim Novak in Vertigo vestiva di verde…) – si rimette in pista e sulle note di Gloria di Umberto Tozzi in versione inglese comincia di nuovo a ballare da sola. Del resto, una sera, agli amici l’aveva detto: “Quando il mondo esploderà, spero di andarmene ballando”.