Domani è un altro giorno – I costumi di Elena Minesso e la scenografia di Alessandro Bigini

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Ci sono film indissolubilmente legati a un colore.

A un’impressione cromatica. A una tinta dominante negli arredi, nei costumi, a volte perfino nella luce. Domani è un altro giorno, il film di Simone Spada che riambienta fra Roma e Barcellona la storia di amicizia virile e di appressamento alla morte già narrata nel bel film spagnolo Truman – Un vero amico è per sempre, è a tutti gli effetti un film verde. Lo è al punto che lo si potrebbe leggere anche come una ricerca cromatica su tutte le sfumature possibili in cui può essere declinato questo colore.

A cominciare dai costumi di Elena Minesso (Noi è la Giulia, Modalità aereo): il personaggio di Tommaso (Valerio Mastandrea), quando lascia il Canada in cui vive da anni con la moglie per raggiungere a Roma l’amico malato terminale Giuliano (Marco Giallini) con cui vuole condividere gli ultimi giorni di vita, indossa una felpa giallo-verdognola, che a Roma sarà presto sostituita da una giacchetta verde-eskimo che il personaggio non abbandonerà quasi più praticamente fino alla fine del film. Ma il verde è il colore che connota anche gli altri personaggi: il figlio di Giuliano, che i due amici vanno a trovare a Barcellona, indossa un giaccone dal verde squillante, Luigi – l’amico incontrato al ristorante – sotto la giacca ha una Lacoste verdolina, mentre un tubino verde fascia il corpo di Paola nella scena della festa.

L’unico che non indossa in modo vistoso questo colore è, non a caso, proprio Giuliano, che oscilla sobriamente fra i neri e i blu.

Ma a produrre l’effetto di cui stiamo parlando contribuisce anche la scenografia di Alessandro Bigini, che nella scelta e nella definizione coloristica degli ambienti fa un’operazione di cromo-design in cui sperimenta tutte le possibili gradazioni del verde: verdino, verdastro, verdognolo. Ma poi anche verde-acqua, verde-pisello, verde-smeraldo, verde-abete, verde-mare, verde-oliva e così via. Verde è l’anticamera della casa da cui Tommaso esce nella sequenza iniziale del film, ma verde è anche la tinta dominante dell’arredo dell’appartamento di Giuliano, dalle pareti vistosamente dipinte in questo colore al divano verde-smeraldo su cui i personaggi si sdraiano ripetutamente nel corso del film.

Nell’hotel di Roma dove prende alloggio Tommaso, vicino al Colosseo, la moquette è verde-pallido, verdastra è la tovaglietta del tavolino su cui un uomo legge i tarocchi per strada, verdi le pareti dell’ambulatorio veterinario, ma verdi – di un diverso verde – anche le piastrelle che ricoprono le pareti dell’ospedale dove Giuliano annuncia al medico la sua decisione di non sottoporsi alla chemioterapia. La scelta cromatica è davvero coerente e sistematicamente perseguita: tanto che è verde, vistosamente verde, perfino la motocicletta posteggiata fuori dal locale in cui i due amici si recano insieme.

Non sono sufficientemente esperto di psicologia del colore per azzardare ipotesi interpretative di tipo percettivo-psicanalitico. Mi limito a osservare che spesso, al cinema, il tema della morte è legato al verde: non è un caso ad esempio che il film di François Truffaut in cui un giornalista dedica una camera di culto alla moglie morta molti anni prima si intitola La camera verde, così come verde è il colore dominante della seconda parte di Vertigo di Hitchcock, quando il protagonista cerca di far rivivere una morta nella donna che ha casualmente incontrato per strada, e Hitchcock immerge nella luce verdognola dell’insegna al neon dell’Hotel Empire di San Francisco la passione necrofila del protagonista.

Qui, in questo remake così adagiato sull’originale spagnolo da conservare perfino i nomi dei personaggi principali (Juliàn e Tomàs nella versione spagnola), su temi e dinamiche non molto dissimili da quelli affrontati anche di recente in Euforia di Valeria Golino (con un Mastandrea a ruoli invertiti: là era il malato, qui l’amico che sta accanto al malato), Simone Spada e il suo team trovano nel colore una delle cifre possibili per dare identità e coerenza e riconoscibilità al loro lavoro. Consapevoli che a volte, come si diceva all’inizio, è proprio un colore che si ricorda – prima di tutto – in un film.