Roma – La regia di Alfonso Cuaron

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Meritava davvero l’Oscar per la miglior regia il film di Alfonso Cuaron che nella notte fra domenica e lunedì ha vinto a Hollywood anche l’Oscar per la fotografia e quello come miglior film straniero?

Parliamone.

La mia sensazione è che agli Oscar 2019 si sia consumata una lotta sotterranea e non dichiarata fra due differenti e inconciliabili idee di cinema: da un alto l’idea di cinema incarnata da alcuni film disturbanti, che spingono l’occhio dello spettatore a esperienze estreme, non scontate, a volte anche fastidiosamente disorientanti ma alla fine rivelatrici (La favorita, Blackkklansman, a suo modo anche Vice), dall’altro lato un’idea di cinema che adagia invece lo sguardo dello spettatore in un’accogliente comfort zone e fa di tutto per blandirlo, vezzeggiarlo, compiacerlo, facendolo sentire completamente a suo agio e appagato da ciò che sta vedendo.

Roma mi sembra il campione indiscusso di questa seconda categoria.

Intendiamoci: non che sia un brutto film, Roma. Anzi!

La regia di Cuaron è raffinata, colta, elegante. Si infila in piani sequenza complicati e virtuosistici, gestisce gesti e corpi con assoluta padronanza, coniuga le storie “private” e la Storia di una nazione con consumato mestiere. E però.

Però a me dà come la sensazione di un film fatto più di testa che di cuore. Un film progettato a tavolino per vincere l’Oscar o il Leone d’oro più che per trovare la forma giusta che renda visibili e condivisibili i contenuti che mette in scena. Qualche esempio: il pianosequenza in sottofinale, quando Cleo che non sa nuotare entra comunque in mare per salvare i bambini che stanno per annegare, è un gioiello di maestria registica, anche se mantiene una sorta di distanza di sicurezza stabile fra noi e i personaggi. Come se volesse impedirci di avvicinarci troppo, di condividere troppo. Come se volesse contenere e frenare l’empatia.

Siamo sicuri che sia questo il modo migliore per esprimere quella situazione?

Per dar corpo a quel disagio, a quella paura, a quella dedizione?

In un bell’intervento sul film, il filosofo Slavoj Zizek esprime più di un dubbio e io mi associo a lui. Aggiungendo per di più un’ulteriore considerazione: la sensazione (o il sospetto) che Cuaron sia interessato prima di tutto e soprattutto a mostrare la sua bravura, che comunichi questo prima di tutto il resto.

Prendete l’inizio e la fine: avrete notato che sui titoli di testa, nel quadrato di cielo riflesso sull’acqua rovesciata sul pavimento dalla governante, si intravede lontanissima l’ombra di un aereo che sfreccia nel cielo secondo una traiettoria obliqua che va da est a Ovest: nel finale, sui titoli di coda, si apre un analogo rettangolo nel cielo e in esso sfreccia con una traiettoria simile il medesimo aereo dell’inizio, quasi a voler chiudere circolarmente la storia, secondo un progetto estetico che non lascia nulla al caso.

Cinema come manutenzione della memoria?

O non, piuttosto, cinema come design, come artefatto, come décor?

Come ostentata perfezione dello stile? Nulla di male, ancora una volta. Basta intenderci.

Ma quando un cineasta talentuoso come Cuaron sceglie di fare tutto da sé (produzione, sceneggiatura, regia, fotografia, montaggio, ecc.) finisce per dare suo malgrado l’impressione di quei compagni di scuola che non perdevano l’occasione per far vedere a tutti che erano i più bravi della classe.

Cuaron è indubbiamente uno dei più bravi. Ma a me piaceva di più quando la sua bravura generava storie appassionanti come quelle di Gravity o di Harry Potter e il prigioniero di Azkaban.

Roma è il suo film che mi ha convinto meno. Anche perché il cinema è un’arte collettiva e la pretesa di ridurlo a un’arte da solisti a me lascia più di una perplessità.