La paranza dei bambini – La regia di Claudio Giovannesi

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Come aprire una ferita e guardarci dentro.

Ma non con lo sguardo distaccato del medico né con quello inquisitorio del giudice. Lo sguardo con cui Claudio Giovannesi osserva quella ferita non cicatrizzata che è la criminalità giovanile nel ventre di Napoli è lo sguardo di chi si prende cura. Di chi è emotivamente coinvolto, ma non al punto da lasciare che l’emozione offuschi la comprensione della gravità del male. Rispetto al romanzo di Roberto Saviano da cui prende le mosse, il film di Giovannesi ha – appunto –  una dimensione emotiva più marcata e un gusto e un ritmo action che il regista ha maturato lavorando ad alcune puntate di Gomorra – La serie sotto il magistero di un maestro del cinema d’azione come Stefano Sollima.

In alcuni momenti, il suo film sembra un western partenopeo, con i motorini al posto dei mustang, le piste di coca al posto del rum e i vicoli a saliscendi del rione Sanità al posto delle praterie e della polvere del vecchio West. La differenza è che i protagonisti non sono vecchi cowboys o cinici pionieri rotti a tutte le esperienze, ma ragazzini 15enni che perdono la propria innocenza nel momento stesso in cui oltrepassano la propria linea d’ombra.

L’incipit del film è esemplare per capire l’approccio che Giovannesi istituisce con il mondo che mette in scena: prima l’abbattimento dell’albero di Natale nella Galleria borghese di Napoli, e il successivo rogo notturno, con i ragazzi che danzano intorno al fuoco a torso nudo, e urlano insieme, con il volto e il petto decorati col sanguinaccio, in una scena satura di primitivismo pagano e di ritualità tribale. Subito dopo gli stessi ragazzi sono tutti insieme davanti a uno specchio, e si profumano e si agghindano per uscire la sera, assumendo quei modelli borghesi che sembravano voler abbattere poco prima quando hanno bruciato l’albero di Natale.

Ma forse è proprio questa ambiguità, questa doppiezza che rende così vivi e credibili Nicolas, Tyson, Biscottino e tutti gli altri ragazzini della paranza: attaccano quei modelli e quei valori che in realtà vorrebbero possedere.

Nicolas, ad esempio, usa pistola e violenza per regalare un nuovo arredamento alla madre, o un grande schermo per giocare ai videogames all’anziano boss interpretato da Renato Carpentieri. E quando vuole corteggiare la ragazzina di cui è invaghito, la invita al San Carlo a vedere un’opera lirica: lì lui e lei si scambiano un bacio, e i loro volti, di profilo, oscurano il palco del teatro, quasi a suggerire l’aspirazione a un romanticismo degli affetti che è possibile lì, a teatro, ma non fuori, tra i vicoli e nelle strade dove si paga il piazzo e si respira cocaina.

Ci vuole una regia solida e accorta perché questa storia di perdita d’innocenza risulti credibile e al tempo stesso coinvolgente. Giovannesi ci riesce scegliendo di girare con giovani attori scovati nei vicoli ma sottoposti a lunghi training preparatori e poi coinvolti in un piano di lavorazione che sceglie e ottiene di poter girare tutte le scene in sequenza, dalla prima all’ultima, nell’ordine in cui le vediamo nel montaggio definitivo. Spesso – dice chi era sul set – Giovannesi non batte neppure il ciak, per eliminare il confine fra il tempo della realtà (prima del ciak) e il tempo della finzione (dopo il ciak).

Il risultato è un film che riesce a farci capire perché Nicolas e gli altri si comportano così, senza per questo entrare in empatia con loro. Un film che assegna a Nicolas il privilegio dello sguardo (vediamo il mondo come lo vede lui, dalla sua stessa angolazione) senza che questo comporti da parte nostra un’assoluzione o una condivisione. È questo equilibrio fra comprensione e distacco, fra adesione e distanza critica che fa la forza del film, sulla base di una sceneggiatura firmata da Giovannesi, Saviano e Braucci, giustamente premiata al Festival di Berlino.

Il resto lo fa il giovane attore che interpreta Nicolas: si chiama Francesco Di Napoli, nella vita fa il pasticciere e ha un talento interpretativo strabiliante. È lui che dà a Nicolas un’anima, lui che gli infonde rabbia ed energia. E il suo primo piano finale, muto, aperto, è una di quelle immagini che solo un cinema in stato di grazia è in grado – raramente, purtroppo – di regalare a tutti noi.