Berlinale 69: cinema italiano protagonista oggi a Berlino con il debutto di Claudio Giovannesi in concorso e, nella sezione Panorama, l’esordio di una regista, Michela Occhipinti che porta al Festival un’inedita realtà al femminile.

ARTICOLO DI Laura Delli Colli

Tempo di lettura: 3 minuti

La Berlinale ama l’Italia. Anzi, meglio: la Berlinale ha dimostrato negli ultimi anni di amare proprio il cinema italiano che porta con sé un segno forte d’impegno e autorialità. Lo ha fatto consegnando un Orso d’Oro a Paolo e Vittorio Taviani, e di nuovo premiando tre anni fa Gianfranco Rosi con Fuocoammare, Forse anche per questo l’attesa che accompagna oggi il debutto di Claudio Giovannesi con La paranza dei bambini, girato a Napoli la scorsa estate con un cast di ragazzi che non hanno mai recitato prima, è particolarmente in sintonia con un cinema che solo a Berlino tra i tanti Festival internazionali accoglie con favore il cinema più carico di impegno.

Svecchia però decisamente, quest’anno, quel cinema d’autore così celebrato la storia di sei quindicenni – Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O’Russ, Briatò – che sono nati e cresciuti al quartiere Traiano e lì vogliono affermare sé stessi facendo soldi, comprando vestiti firmati e motorini nuovi di zecca. Sono ragazzi, per dirla con gli autori del film (tratto da un libro di Roberto Saviano ma orientato dal regista esclusivamente sulle psicologie dei ‘paranzini’ e sui loro sentimenti) che si trovano incoscientemente tra le mani la ‘lampada di Aladino’ alla quale far esaudire con uno sparo tutti i loro desideri. Una pistola vissuta come un gioco da grandi, tra le mani come il joystick della PlayStation senza rendersi conto che il salto dall’innocenza al gioco pericoloso dei ‘grandi’ corre su una strada senza ritorno.
Inseguono il bene attraverso il male, i ragazzi di Giovannesi, sono come fratelli, non temono neanche la morte, e sanno che l’unica possibilità è giocarsi tutto subito, ma la loro incoscienza li porterà ad una scelta irreversibile sacrificando con sé stessi amore e d’amicizia. “Il film – ha raccontato il regista – si regge sui loro volti. La macchina da presa li indaga senza giudicarli ma per farci sentire la loro incoscienza e insieme la loro umanità. Sul set non sapevano quasi niente della storia. Quando li ho trovati dopo 4000 provini non avevano letto il libro né sapevano neanche come il film sarebbe andato a finire. E anche questo ha fatto parte dell’esperimento”.

Dal Concorso a Panorama, sono donne, giovani donne della Mauritania. quelle che invece racconta Michela Occhipinti svelando rituale del gavage, a cui sono sottoposte in quel mondo le future spose per raggiungere una bellezza ideale. Il suo film è Il corpo della sposa – Flesh Out, un viaggio in una Mauritania inedita sospesa tra tradizioni antiche e nuova modernità nel quale si parla sorprendentemente di identità femminile attraverso il corpo ma anche della possibilità di rifiutare di modelli imposti. Come la pratica alla quale le giovani destinate al matrimonio sono sottoposte, letteralmente all’ingrasso, per rispettare una tradizione impossibile.

“Le donne nel mondo dei consumi sono ossessionate da modelli di bellezza folli, arrivando a dimagrire troppo o stravolgere il proprio volto fino a sfigurarsi. Ma ci sono donne che invece – dice la Occhipinti – sono obbligate ad altre convenzioni e pagano il prezzo di un’inciviltà che in modo diverso rende alla fine tutte uguali”.

Oltre l’Italia il mondo al femminile ha mostrato il protagonismo di Diane Kruger nel ruolo di una spia del Mossad, ha applaudito Catherine Deneuve e ha acceso i riflettori su grande firma europea come la regista polacca Agnieszka Holland in concorso con il suo Mr. Jones, (il biopic del giornalista gallese Gareth Jones). In The Operative di Yuval Adler, fuori concorso, Diane Kruger racconta l’esperienza di lavoro e la vita reale di agente del Mossad, come ha spiegato, “la realtà di cosa deve fare una spia, che passa gli anni servendo l’organizzazione, cambiando nome e personalità”.

Sempre fuori concorso la Berlinale, in omaggio alla sua Presidente di giuria, ha mostrato una Juliette Binoche diversa in Who you Think I Am, un film che parla di amore e sesso telefonico e in cui il suo partner è tra l’altro, Francois Civil, proprio l’attore che aveva interpretato suo figlio qualche anno fa in Elles. Binoche mette in scena una professoressa cinquantenne, madre separata che non ha mai metabolizzato l’abbandono. E, sul web, si lascia andare alla trasgressione di una storia di sesso telefonico, vissuta sul set senza imbarazzi: “Ho scoperto che esistono altre esperienze di desiderio sessuale grazie a una sceneggiatura ricca di sfumature”. Dallo schermo ai compiti presidenziali. Binoche da oggi è di nuovo completamente ‘nel ruolo’, aspettando di discutere con i colleghi della Giuria e firmare il verdetto finale sull’Orso d’Oro.