Il corriere – The Mule – La recitazione di Clint Eastwood

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Basta guardare come cammina. Lentamente. Un passo dopo l’altro. Con eleganza, con dignità. Ma anche con l’inevitabile stanchezza di chi calpesta il suolo terrestre da quasi novant’anni. Dinoccolato, appena appena incerto, spalle dignitosamente incurvate in avanti, ma testa orgogliosamente ritta, il personaggio di Earl Stone – il giardiniere messo sul lastrico dalla crisi economica e diventato corriere della droga per un cartello messicano in The Mule – è quasi la quintessenza di tutti i ruoli che Clint Eastwood ha interpretato negli ultimi 20 anni.

Esile ma tenace. Fragile ma fermo. Disincantato ma non cinico. A tratti sapidamente ironico. Come già il Walt Kowalski di Gran Torino e il Frankie Dunn di Million Dollar Baby, anche Earl è uno di quei personaggi che hanno inciso nel volto e nel corpo il senso della vita che hanno vissuto. Magro di una magrezza quasi “filosofica”, con il volto attraversato da un reticolo di rughe che sembrano una sacra rappresentazione esistenziale, spesso con le labbra socchiuse – per la fatica (di vivere) o per la sorpresa (di cosa a volte implica il vivere) – Earl è ossuto, scavato, scolpito quasi.

Il suo sistema di gesti è semplice ed essenziale: guardate come increspa il sopracciglio, come alza la mano lunga e affusolata e poi la scuote su e giù per indurre a lasciar perdere qualcosa. Ma guardate anche come tamburella con le dita il volante del suo pick-up nero, o come canticchia – sempre al volante – mentre sgranocchia un gelato al biscotto. Economia di gesti, superproduzione di senso. Vedi Earl/Clint, il suo disincanto, la sua consapevolezza degli errori che ha commesso, il senso di colpa che si porta dentro per aver trascurato la famiglia, e subito senti che sei davanti a uno di quei volti iconici in cui la vita deposita sé stessa e si svela allo sguardo di chi la vuole leggere. Con quelle vene in rilievo sulla fronte, quelle pieghe che gli solcano il viso, quel neo sul labbro superiore destro, quell’espressione sempre un po’ incredula e stupita, Eastwood consegna alla storia del cinema non solo uno sguardo ma anche un volto che resta. Che tocca. Che svela.

Basterebbero il dialogo con il poliziotto interpretato da Bradley Cooper al bar, e la sottile complicità creaturale che sa creare con l’altro da sé, o la generosità con cui coltiva fiori destinati a vivere un giorno soltanto (i suoi amatissimi daylilly), per trasmetterci una cognizione della fragilità ma anche della bellezza del vivere che ha pochi uguali nel cinema americano contemporaneo e, forse, anche nel cinema tout court. È il tempo che gli manca. O è lui che sente sempre più di mancare al tempo. Così Clint rallenta. Ma non si ferma. Guida piano. Divaga. Non segue i percorsi e le rotte stabilite. Fa soste impreviste. Ma proprio per questo diventa insospettabile: perché è vecchio, lento, imprevedibile. E anarchico.

Le sue corse nel Midwest, una dopo l’altra, fanno coincidere il suo corpo con quello del suo paese: paesaggio di crepe e di rughe, di colpe e di pene. Corpo ferito ma non domo. Come nel finale, quando il volto insanguinato di Earl, con i capelli scarmigliati e gli occhi sbarrati, diventa davvero l’emblema del mondo e del tempo in cui gli è dato di vivere. Quasi offrendo il suo volto e il suo corpo come capro espiatorio, Clint Eastwood celebra il cinema come grande rito sacrificale: è in personaggi così che l’America può trovare il suo ennesimo riscatto. A patto di non perdere altro tempo. Come dice Earl: “Ho comprato tutto. Solo il tempo non si può comprare”.