Green Book – La colonna sonora di Kris Bowers

ARTICOLO DI Gianni Canova

Tempo di lettura: 2 minuti

Non candidabile. Così hanno sentenziato, severi e inappellabili, i giudici dell’Academy Awards che hanno deciso di escludere la colonna sonora di Green Book non solo dalle nominations all’Oscar, ma dalla possibilità stessa di essere candidata. Il motivo?

Il soundtrack orchestrato da Kris Bowers (compositore afro-americano non ancora trentenne) avrebbe una preminenza di musiche non originali utilizzate come sottofondo o addirittura come snodo drammaturgico in alcune delle scene-madri del film. Come dire: la compilation prevarica sulla partitura originale. Quindi, per l’Academy, fuori. Peccato.

È – secondo me – una visione miope e vecchia di quello che si dovrebbe intendere oggi per colonna sonora. Anche perché il riuso, il remix, la compilation sono pratiche ormai correnti nell’estetica non solo musicale contemporanea e solo i giurati dell’Academy – fedeli a una nozione tardo romantica di musica “originale” – sembrano non essersene accorti.

Peccato, di nuovo: perché Green Book funziona (e funziona oltre le più rosee previsioni: io per ben due volte non sono riuscito a entrare per sold out in due diversi cinema milanesi che lo proiettavano) anche per la raffinata tessitura di una colonna sonora che mescola sapientemente le musiche originali, il repertorio rhythm and blues anni ’60, la black music del periodo e la musicalità dissonante della parlata turpiloquente di Viggo Mortensen nei panni di Tony Vallelonga, insaziabile divoratore di pollo fritto oltre che burbero e rozzo autista/buttafuori di origine italiana.

Peccato, ancora: perché accanto al tabagista sputatore di Viggo Mortensen e al colto e raffinato musicista black di Mahaershala Alì, è la musica la terza protagonista del film.

E lo è fin dalla sequenza d’apertura, quando le note di The Old Black Magic intonate dai fiati e dalle trombe dell’orchestra del Copacabana di New York dettano il ritmo dell’azione, fanno muovere i personaggi in sincrono con le battute dell’orchestra e scandiscono perfino le scazzottate e gli stacchi di montaggio della scena. Ma poi è tutto il film che avanza e danza e salta al ritmo di musica, dalle scene on the road, in auto, con l’italo-americano al volante che fa conoscere all’afroamericano seduto sul sedile posteriore la musica nera amata dal popolo (da Little Richard a Aretha Franklin e Chubby Checker) e sconosciuta a lui, agli assoli virtuosistici in cui il pianista nero esibisce il suo talento davanti a platee di bianchi del Sud, ancora intimamente razzisti, disposti ad applaudire il musicista nero finché sta distante sul palco, ma non a condividere con lui lo stesso ristorante o lo stesso gabinetto.

Tra un brano di Bob Kelly (Mmm Love) e un omaggio al grande Nat “King” Cole, non senza qualche assaggio colto di Debussy e perfino di Erik Satie, è proprio la musica ad offrire i due snodi drammatici della vicenda: sarà proprio rifiutandosi di suonare dove fino a quel momento aveva accettato di esibirsi e – per converso – accettando di suonare in un locale all black, dove in precedenza avrebbe perfino disdegnato di entrare, che il colto musicista interpretato da Mahaershala Alì (che si ispira a un pianista nero realmente esistito e di cui il suo personaggio porta il nome, Don Shirley) fa i conti con se stesso e con la propria storia, trovando un suo precario ma autentico equilibrio interiore. Se a ciò si aggiunge che nel soundtrack sono presenti vecchie registrazioni del vero Doctor Shirley, si capisce che l’operazione è raffinata assai, e che forse un qualche riconoscimento da parte dell’Academy l’avrebbe meritato. Ma le nostre orecchie godono comunque, e fanno festa.