La favorita – La regia di Yorgos Lanthimos

ARTICOLO DI Gianni Canova

Tempo di lettura: 4 minuti

“Ho sognato di pugnalarvi negli occhi”. Si intitola così l’ultimo degli 8 capitoli in cui è diviso La Favorita. Come tutti gli altri, riprende – anticipandola – una frase che poi verrà pronunciata da un personaggio. In questo caso, la frase è di Lady Sarah (Rachel Weisz), la favorita ripudiata, impegnata a scrivere alla Regina Anna (Olivia Colman) una lettera di riconciliazione che non arriverà mai a destinazione. Il sogno di Lady Sarah è quanto mai significativo e ci dice dell’amore che la donna nutre per la Regina, un amore cieco e al tempo stesso accecante: vorrebbe accecare il suo oggetto d’amore per impedirle di desiderare, nella consapevolezza che è sempre l’occhio l’organo che innesca il desiderio. Non è la prima volta che Yorgos Lanthimos lavora drammaturgicamente sul rapporto fra amore e cecità: il finale di The Lobster, da questo punto di vista, era assolutamente esemplare, con l’accecamento (reciproco?) che diventava per entrambi gli amanti garanzia di persistenza, esclusività e autenticità.

Ho citato The Lobster perché – a dispetto dei tanti che sottolineano le differenze fra i due film – a me balzano agli occhi (sempre gli occhi…) soprattutto le analogie e le somiglianze: anche là c’è una donna zoppa come la Regina Anna, c’è una ragazza che perde continuamente sangue dal naso un po’ come accade in La Favorita ad Abigail (Emma Stone), che si procura il sangue per attrarre su di sé lo sguardo della Regina. E ancora in entrambi i film c’è una donna che vorrebbe buttarsi da una finestra e c’è una scena ambientata dentro una vasca da bagno. Echi interni, risonanze, osmosi e allitterazioni di un cinema che ha una sorprendente coerenza interna ed è tramato sempre dalle medesime ossessioni ruotanti attorno al binomio amore/potere nei loro reciproci rapporti con il vedere.

Ed è proprio la visione unitamente alla gestione degli sguardi a determinare il vero nucleo tematico e drammaturgico di La Favorita. Qualche esempio: la prima volta che appare in scena Lady Sarah è bendata. La regina la spinge a tentoni verso il plastico di un palazzo. Vuole essere lei, la Regina, a controllare la vista. Quella di tutti. Non a caso si stizzisce con un paggio che forse ha osato guardarla senza esserne autorizzato. È lei, solo lei, che detiene la possibilità di approvare o interdire gli sguardi. Abigail – la nobile decaduta e persa a carte da suo padre quando aveva solo 15 anni, coperta di merda quando arriva per la prima volta a corte – è per tutto il film un oggetto scopico. La guardano tutti, cattura gli sguardi. La vediamo la prima volta a bordo di una carrozza affollata, seduta di fronte a un soldato che si masturba, sopraffatto dal desiderio che si è scatenato in lui per il semplice fatto di vederla. Tutti quelli che la vedono restano come abbagliati, compresa la regina.

E una delle scene più potenti del film – in questa sorta di Eva contro Eva ambientato alla corte inglese dell’inizio del ‘700 – è quella in cui Lady Sarah, con in mano una candela tremolante, immersa nel buio, si avvicina lentamente al letto della Regina e vede nella penombra il corpo seminudo di Abigail sdraiato nel letto regale. Visione shock, visione traumatica, visione rivelatrice. È la politica degli sguardi che alla corte di Anna determina i rapporti di potere. Ed è la deriva degli sguardi che sancisce chi vince e chi perde. Lady Sarah, nel finale, sfregiata, indossa una benda scura che le copre gli occhi e la guancia sinistra: segno di una visione dimezzata, di un vedere più precario, di una ridotta capacità di comprensione visiva. Perché – sembra voler dire Lanthimos – è con lo sguardo che si conosce il mondo. Forse è per questo che al suo mondo diegetico applica incessantemente e vorticosamente i suoi grandangoli rotanti e i suoi fish eye estremi, con vistosi effetti di distorsione ottica della geometria dei luoghi. Come se volesse deformare, certo, ma anche divorare visivamente. Vedere tutto. Abbracciare il mondo con gli occhi. Assumerlo visivamente dentro di sé.Tenerlo sotto controllo.

In un film immerso in una penombra kubrickiana (il riferimento d’obbligo va a Barry Lyndon) e in una rutilanza greenawayana (qui il riferimento è a I misteri del giardino di Compton House), fra maschi fatui e vanesi che si agghindano come madamine incipriate e passano il tempo scommettendo alla corsa delle oche o lanciando arance marce sul corpaccione nudo e adiposo di uno di loro, tra questi riti stanchi e oziosi di un potere logoro e frivolo, Lanthimos passa il testimone alle donne (donne: non sono madri, non sono mogli, sono solo donne) e le guarda, le scruta, le spoglia, quasi sempre dal basso, rendendole di volta in volta gigantesche o grottesche, in una pantomima coreografica che orchestra in maniera sublime gli intrighi, gli inganni, le perfidie, le astuzie e le ferocie dei giochi di potere.

In questa prospettiva, la figura davvero chiave, quasi da tragedia greca, è la Regina Anna di Olivia Colman: in lei, nei suoi 17 aborti, nei 17 conigli che tiene in camera da letto per esorcizzare e surrogare la perdita di 17 figli, nei suoi malanni, nelle sue gambe marce, nella sua golosità infantile, nella sua voracità sessuale, nelle sue intemperanze ma anche nel suo sincero interesse per le condizioni del popolo dei sudditi, Lanthimos scolpisce e al tempo stesso ama e irride una figura che non si dimentica facilmente.
L’immagine finale, prolungata, infinita, che la riprende dal basso e la deforma e la trasforma in una statua di dolore e di incredulità, in una smorfia di autocommiserazione, di schifo di sé stessa, di arroganza e di debolezza al tempo stesso, è un’immagine indimenticabile. Come lo è quella della donna accovacciata ai suoi piedi, intenta a massaggiarle le gambe, con un’espressione indecifrabile, sospesa fra il riso e il pianto.

I due primi piani a poco a poco dissolvono l’uno nell’altro, e restano lì a lungo, sovrimpressi, come se un’immagine avesse ingravidato l’altra, finché l’immagine non si ingravida di un’altra immagine ancora: i conigli. Sono loro, alla fine, che affiorano e cancellano tutto il resto. E se fossero gli uomini incapaci di amare di The Lobster, trasformati in bestie e deportati in un altro film (questo!) sull’incapacità di amare, sulla cecità dell’amore?
E se La favorita non fosse che il sogno di Yorgos Lanthimos di pugnalarci negli occhi?