Maria Regina di Scozia – La fotografia di John Mathieson

ARTICOLO DI Gianni Canova

Tempo di lettura: 3 minuti

Qualcuno – ne sono certo – dirà che non è storicamente fedele.

Arriccerà il naso ed elencherà con sussiegoso puntiglio tutte le “licenze” storiche che il film si è concesso. Non è storicamente accertato – ad esempio – che Maria Stuarda, regina di Scozia, ed Elisabetta I, regina d’Inghilterra, si siano personalmente incontrate, sia pure al riparo da occhi indiscreti, come invece accade in questo film. E non è accertato neppure che Maria puntasse a un’alleanza con la cugina Elisabetta, contro le cospirazioni dei Lord, sempre più insofferenti e recalcitranti di fronte al potere di due donne. E potremmo continuare.

Ma chi ha detto che il cinema di finzione deve avere con la Storia e con le sue fonti lo stesso rapporto di rigoroso e venerando rispetto di un Dottore di ricerca dell’Università di Oxford? Chi va a vedere un film come Maria Regina di Scozia vuole soprattutto immergersi in un mondo. Non vuole lezioncine didascaliche. Vuole che quel mondo sia verosimile, che non alteri radicalmente l’ordine e il senso degli avvenimenti, certo, ma poi vuole che ci serva a rivivere la storia come presente. Che offra strumenti interpretativi per capire meglio da dove veniamo e cosa stiamo diventando. A questo serve il cinema. Anche a questo.

A farci sentire presente il passato che ci riguarda. A farlo sentire a tutti. Non solo agli storici di professione.

Da questo punto di vista, un film come Maria Regina di Scozia, esordio cinematografico della regista teatrale Josie Rourke, colpisce in pieno il bersaglio. Perché emoziona. E perché rilegge il passato con gli occhi di oggi. Rivisita un episodio centrale nella storia d’Europa alla luce del conflitto di genere: come se dietro le guerre di religione fra “papisti” e protestanti, e dietro le dispute dinastiche fra consanguinei di famiglie reali, ci fosse soprattutto una gender war: la solita, ineliminabile, atavica, brutale insofferenza maschile nei confronti del potere delle donne. Questo è il mondo che il film di Josie Rourke ci racconta.

Nel farlo, nel creare questo mondo, un ruolo imprescindibile è svolto dalla fotografia di John Mathieson, già dop di Ridley Scott, con cui ha collaborato almeno 5 volte, compresi film storici e in costume come Il gladiatore, Le crociate e Robin Hood. Anche qui, come nei film appena citati, Mathieson è imbattibile nelle scene di interni illuminate solo con luce naturale. Maria Regina di Scozia si apre, non a caso, sull’immagine della fiammella di una candela: per più di due ore sarà proprio il fuoco (di candele, torce, caminetti, fiaccole e falò) a illuminare la Scozia del XVI secolo e a rischiarare tremolando gli interni di pietra grigia in cui si svolge la vicenda.

Mathieson è un poeta della penombra e un mago del controluce. Se non gioca su rifrazioni multiple (come nella scena bellissima in cui Elisabetta si guarda contemporaneamente in tre specchi diversi, o in quella in cui Maria spia da dietro vetri romboidali di differenti colori), lascia che i suoi personaggi galleggino nel buio. E allora certi suoi interni sembrano ispirarsi ai cromatismi cupi e alle luminosità circoscritte e tremolanti di certi dipinti fiamminghi, di Rembrandt o di Vermeer. Mentre nel film il fanatico predicatore protestante John Knox sbraita che “l’autorità delle donne genera mostri” e urla che “la vista non è altro che cecità”, Mathieson allena la nostra vista a guardare nel buio. Della Storia come delle immagini.

Così scolpisce i volti nell’ombra. E immerge le immagini in un prolungato effetto fumé che impedisce il nitore e la trasparenza: come se il fumo dei fuochi sempre accesi saturasse l’aria e il visibile, obbligando gli occhi a continui esercizi di messa a fuoco per riuscire a vedere.

Film d’ombra, e di ombre: non a caso, è giocando con la propria ombra che Maria, prima di restare incinta, disegna un suo profilo gravido, quasi ad anticipare con un gesto propiziatorio e apotropaico quella gravidanza che poi arriverà. Per questo la scena – anche se storicamente infondata – dell’incontro tra le due Regine, la Madre cattolica e la Vergine protestante, avviene in un capanno isolato, tra veli chiari mossi dal vento, in mezzo a trasparenze diafane che regalano al film l’unico momento di luminosità confortevole.

Quasi a rivendicare al cinema il diritto di rileggere e reinterpretare la Storia, come – in fondo – fanno gli stessi storici. E come il cinema ha sempre fatto, regalandoci tante Elisabette (da quella di Katharine Hepburn a quella di Cate Blanchett) a tante Marie (da quella di Samantha Morton a quella ribelle e sovversiva di Vanessa Redgrave negli anni Settanta) quante sono quelle che la nostra immaginazione ha saputo creare.

Saoirse Ronan e Margot Robbie ci offrono ora due nuove regine in sintonia con i fantasmi, i sogni e i desideri del nostro presente. Le loro due regine/cugine/rivali vivono in una sorta di zona d’ombra: lì dove la loro storicità si incontra con il nostro bisogno che il passato non sia soltanto un enigma inerte, inutile e indecifrabile. Con il nostro bisogno che il passato sappia finalmente uscire dal buio.