Non ci resta che il crimine – Il montaggio di Luciana Pandolfelli

ARTICOLO DI Gianni Canova

Tempo di lettura: 3 minuti

Di nuovo il vintage.

Dopo Notti magiche di Paolo Virzì, che ci trasportava nel 1990, con l’Italia impazzita per i Mondiali di calcio, Non ci resta che il crimine di Massimiliano Bruno fa un salto ancora più indietro e ci immerge nella calura dell’estate del 1982, quando l’Italia di Bearzot vinse il Mundial in Spagna battendo in finale la Germania per 3-1.
L’effetto vintage questa volta scaturisce da un curioso cocktail: come se Massimiliano Bruno e il suo team di co-sceneggiatori (Andrea Bassi, Nicola Guaglianone, Menotti) avessero deciso di shakerare generi e miti dell’immaginario cinefilo mescolando ribaldamente Ritorno al futuro e Non ci resta che piangere, Romanzo criminale e Amici miei, ma anche il poliziottesco anni Settanta e finanche un cult come Il matrimonio di Maria Baun di Rainer Werner Fassbinder, dai cui Non ci resta che il crimine riecheggia il finale calcistico-esplosivo.

Anche qui, come nel capolavoro di Robert Zemeckis, i protagonisti si infilano in un paradosso spazio-temporale e si ritrovano catapultati indietro nel tempo, in quella Roma della Banda della Magliana di cui sognavano – prima di finirci dentro – di celebrare fasti e gesta organizzando criminal tours simili a quello immaginato dai Manetti Bros. a Scampia all’inizio di Ammore e malavita. Gli anni Ottanta sono evocati per sommi capi (e a risparmio…) attraverso alcuni facili marchi di riconoscimento: gli occhiali Ray-Ban specchianti, i manifesti di film (Rambo e Il tempo delle mele), gli spot televisivi (i coniglietti della Duracell), per finire con un esibito défilé d’auto d’epoca quasi iconiche (la R4, la Diane a due cavalli, la 500 Fiat, la 127), tutte tirate a lucido, senza un granello di polvere e con colori sgargianti (fin troppo, si rischia di far sentire lo spettatore quasi in una convention di collezionisti…).
L’effetto finale può oscillare – secondo i gusti – fra la rivisitazione delle “buone cose di pessimo gusto” di gozzaniana memoria e la riscoperta dell’album di figurine Panini del nostro immaginario. Prevedibile, ma divertente. E interessante dal punto di vista produttivo.

Sul piano “creativo”, una delle cose più originali è senza dubbio il montaggio di Luciana Pandolfelli, che fa un’operazione inconsueta per il cinema italiano applicando al film una struttura paragonabile a quella di un’opera lirica: lunghi “recitativi” che intrecciano e sviluppano l’azione e poi “arie” che sospendono il racconto e fanno vibrare le immagini così come nell’opera esaltano la voce e il talento dei cantanti.

L’incipit – sui titoli di testa scritti in giallo su sfondo nero – è un’ “aria” nello stile del poliziottesco: dettagli di mani che allacciano una cintura. Stacco.
Dettaglio di una mano che tira la cerniera di uno stivaletto. Stacco.
Dettagli di mani che contano banconote e poi impugnano una pistola. Stacco.
Un paio di occhiali Ray-Ban inforcati da Marco Giallini inquadrato frontalmente con la sigaretta in bocca. Stacco.
Esterno. Giallini sale su un’Alfa Romeo color vinaccia. Stacco.
Accanto a lui Gassman su un’Honda color zabaione. Stacco.
Dettagli della ruota. La mano sul volante. Il piede sull’acceleratore. La mano sulla leva del cambio. Di tanto in tanto il movimento si blocca. Stop frame.
Titolo. Movimento. Dettaglio. Stop frame.
Titolo. E avanti così. Poi finita l’aria (e la musica), il ritmo si placa e parte il racconto, con i tre compari che si ritrovano davanti al Bar San Calisto dove ha inizio la loro avventura alla ricerca di denaro.

Di tanto in tanto, invece di usare stacchi “invisibili”, Luciana Pandolfelli usa raccordi a tendina o a tornello. Poi – a volte – blocca proprio l’azione e assembla immagini con tecniche di montaggio a loro volta vintage: split screen (lo schermo diviso in due o più parti), tendine orizzontali o verticali, tornelli, mascherini. Lì il ritmo accelera, la scorrevole “naturalezza” del racconto si interrompe e il cinema mette a nudo una volta per tutte, con buona pace degli integralisti del realismo, ciò che davvero è: un linguaggio, un gioco, un artificio.
Può piacere o no, questa operazione orchestrata da Massimiliano Bruno, prodotta da Lucisano e montata da Luciana Pandolfelli, ma non gli si può negare il coraggio, l’estro, il divertissement. E la volontà di regalarci più fette di torta che fette di vita.