Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità – La regia di Julian Schnabel

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Ha 63 anni, ma interpreta in modo credibile un artista che di anni ne aveva solo 37.

Si sottopone a tutti i rituali iconici con cui la leggenda di Vincent Van Gogh vive nell’immaginario collettivo (il cappello di paglia, la benda che copre l’orecchio mozzato, la barba non rasata…) senza per questo mai lasciarsi catturare dalla “maniera”.

Presta il suo viso scavato e spigoloso a incarnare le asprezze, le rotture, le cesure, le furie e le malinconie che segnarono gli ultimi anni della vita di Van Gogh riuscendo comunque a non risultare mai scontato. Se l’è meritata, Willem Dafoe, la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile al Festival di Venezia per la sua performance nei panni del protagonista nel film di Julian Schnabel Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità.

Certo: rispetto ai tanti altri interpreti di Van Gogh sul grande schermo (Kirk Douglas in Brama di vivere, Tim Roth in Vincent e Theo, Martin Scorsese in Sogni di Kurosawa, Benedict Cumberbatch in Van Gogh-Lettere dalla follia) Dafoe parte avvantaggiato da una somiglianza stupefacente con il pittore olandese (ma si disse che era incredibilmente somigliante anche a Pasolini quando lo interpretò nel film di Abel Ferrara). E tuttavia non è su questa “analogia” fisiognomica che il film convince. È piuttosto per il modo in cui Schnabel (a sua volta pittore, e già autore di un apprezzato biopic su Basquiat) racconta Van Gogh.

È questo che cattura, questo che seduce. Il modo, lo sguardo, la forma. Di questo, del resto, discutono anche Van Gogh e Gauguin in uno dei loro tanti dialoghi sull’arte presenti nella sceneggiatura del film. “Perché – chiede uno all’altro – la gente guarda un quadro? Per vedere le persone dipinte o i dipinti delle persone?”. Già: cosa ci interessa in un’opera d’arte (un quadro, ma anche un romanzo, o un film)? Perché guardiamo la Gioconda? Per sapere qualcosa dell’enigmatica signora che vi è ritratta o perché ammaliati dal modo in cui Leonardo la ritrae? La risposta è quasi implicita: e ho come l’impressione che dovremmo applicare lo stesso criterio anche al cinema e ai film. Anche a questo film.

Che è più interessante per come mette in scena van Gogh che per quello che racconta di Van Gogh (l’ipotesi della morte per omicidio invece che per suicidio come sostengono le fonti più accreditate).

Schnabel usa spesso la soggettiva per farci vedere il mondo come si può ipotizzare lo vedesse Van Gogh. Così, ad esempio, lascia spesso sfocata la parte inferiore dello schermo come per emulare la visione dell’artista, distorta e annebbiata dalle lacrime o dall’assenzio. Oppure usa una macchina a mano ballonzolante (non la steadicam) per farci provare l’ebbrezza delle corse a perdifiato di Van Gogh in mezzo alla natura. O, ancora, lascia che il nostro sguardo sia invaso dai colori (i gialli-girasole, i verde-albero, i blu-cielo) che colpivano la visione di Van Gogh e poi diventavano quadri.

Anche la drammaturgia è fluida, liquida, non ferrea, non rigida. La sceneggiatura, non a caso, è firmata – oltre che da Schnabel – anche dal veterano Jean-Claude Carrière, già alchimista principe del cinema di Bunuel e dei suoi oscuri oggetti del desiderio. Come si fa ad accusare un maestro visionario come lui – tocca leggere anche questo, ahinoi – di scarsa tenuta narrativa? Come si fa a non capire che una coppia come Schnabel e Carriére non racconta secondo i canoni di un qualunque sceneggiatore di una qualunque fiction da prima serata di una qualunque rete generalista?

La sceneggiatura spesso si ferma, gira su sè stessa, si accende, contempla, schizza. Ed è in questi momenti che il film vibra e vola: quando Schnabel cerca di fare con la macchina da presa ciò che Van Gogh faceva col pennello. Cogliere l’attimo. Rendere il flusso della vita. Creare contrasti, accoppiamenti spregiudicati, rompere le proporzioni. Vedere come gli altri non vedono.

Ecco: questo ci offre Schnabel con questo film. Un’esperienza di visione. Per apprezzarla però bisogna rendersi disponibili a vedere in un altro modo. E non comportarci anche noi come quei bambini o quei saccenti o quei paesani che osteggiavano Van Gogh, e lo sbeffeggiavano, e lo isolavano, semplicemente perché non lo capivano.