Cold War – La regia di Pawel Pawlikowski

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Lui è un musicista colto e raffinato che nella Polonia dell’immediato dopoguerra studia e registra le canzoni popolari per trarne uno spettacolo sul folklore nazionale. Lei è una ragazza bionda e sensuale che vorrebbe fare la cantante e partecipa a un’audizione dove è lui a rivestire il ruolo di giudice.

Basta uno sguardo ed amore a prima vista. Amour fou, è proprio il caso di dirlo. Ma perché si amano, Wiktor e Zula? E perché non riescono ad amarsi come vorrebbero? Perché continuano a perdersi e a ritrovarsi, per poi perdersi di nuovo e subito ricominciare a cercarsi, da Varsavia a Berlino, dalla Yugoslavia a Parigi? Misteri dell’amore. Traiettorie dell’amore. Reazioni chimiche dell’amore.

Pone molte domande ma non dà risposte, Cold War.
Pawel Pawlikowski – premiato con la Palma d’oro a Cannes come miglior regista – porta l’attrazione dei due amanti all’apice e poi dissolve in nero. Pompa energia e desiderio e poi ti lascia lì, come risucchiato dentro un buco. Perché è lì – in quel buco, in quel vuoto, in quel nero – il senso dell’amore: in quel non riuscire ad amarsi pur volendolo in modo assoluto.

Perché è impossibile l’amore di Wiktor e Zula? Per colpa dell’Europa dilaniata dalla Guerra Fredda e dalla Cortina di ferro? Anche.
Per colpa delle autorità polacche che impongono spettacoli filo-stalinisti e chiedono a lei di fare la spia e di riferire minuziosamente cosa fa lui in ogni momento del giorno e della notte? Anche. Perché nel 1952 lui attraversa il confine e passa da Berlino Est a Berlino Ovest mentre lei non se la sente di seguirlo? Senz’altro. Ma non basta.

C’è qualcosa di autodistruttivo nel legame fra i due amanti. Che tanto più si vogliono quanto più si fuggono. Tanto più si desiderano quanto più si sfidano. C’è un piano-sequenza molto bello, nell’ultima parte del film, che mostra in modo limpido questo volersi e non volersi. I due sono in una sala da ballo. Lui è seduto in disparte, lei invece è in pista, e danza con la luce che fa splendere i suoi capelli biondi. Energica, sorridente e sensuale, passa dalle braccia di un uomo a quelle di un altro con una naturalezza impressionante, con una gioia autentica, consapevole che lui la sta guardando, e come vogliosa di ferirlo per poi amarlo ancora di più.

La fotografia in bianco e nero è quasi un poema dell’ombra e della luce.
Il formato in 4:3, quasi quadrato, stringe il fuoco sui due protagonisti, riducendo spesso il campo del visibile ai loro due volti. La musica spazia dal folk polacco al jazz via via fino al rock (c’è anche Celentano con 24.000 baci, già presente anche nel precedente film del regista, Ida), in un gioco di scarti, rimandi e aritmie che ben accompagnano i salti emozionali e relazionali dei due protagonisti. E il finale – nel suo assoluto pudore – è uno dei più strazianti che io abbia visto sullo schermo da parecchio tempo a questa parte. Cinema, cinema puro. Per palati fini.