Lontano da qui – La recitazione di Maggie Gyllenhaal

ARTICOLO DI Gianni Canova

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L’ambiguità. È questo – mi pare – il tratto più saliente che la recitazione di Maggie Gyllenhaal riesce a imprimere al personaggio di Lisa Spinelli, maestra d’asilo e poetessa mancata, nel film Lontano da qui, diretto dalla regista italo-ameriana Sara Colangelo.

Quarantenne stanca e delusa, Lisa trascina le sue giornate accudendo i bambini di una scuola materna a cui insegna a leggere e scrivere. Guardate, in una delle prime scene del film, come appoggia il braccio sul tavolo, con una postura sghemba, mentre consuma di malavoglia la sua cena solitaria nella casa di Staten Island.

Sconsolata, rassegnata, annoiata. Del marito, dei bambini, dei figli, della vita. Solo la poesia pare infiammarla. Solo che lei il talento dell’arte e della parola non ce l’ha. Frequenta un corso serale per aspiranti poeti, ma il suo maestro (Gael Garcia Bernal) sembra più interessato alla grazia dei suoi occhioni che a quella dei suoi versi. Così un giorno non le par vero di scoprire tra i bimbi della sua classe un piccolo poeta talentuoso: un ragazzino che inventa poesie e le recita andando avanti e indietro nell’aula della scuola. È vero talento? O è lei che lo crede tale, magari esagerandolo?

Di fatto, Lisa matura nei confronti di Jimmy (questo il nome del ragazzino) un’ossessione quasi morbosa, tanto da intraprendere una solitaria battaglia per proteggerlo da un mondo che – lei ne è convinta – non ama il talento e spesso neppure lo capisce.

Il talento, certo, non difetta a Maggie Gyllenhaal, che nella seconda parte del film dà il meglio di sé costruendo un personaggio che diventa a poco a poco disturbante, in bilico com’è fra un sincero desiderio di protezione nei confronti del bimbo e un inconfessabile desiderio di usarlo per appagare il proprio narcisismo frustato, magari spacciando per sue le poesie che il bambino ha inventato. Maggie lavora sui piccoli gesti. Lascia affiorare la sostanziale ambiguità morale del suo personaggio. Non lascia mai capire fino in fondo se agisce per egoismo o per altruismo, se si sta prendendo cura di lui o se invece non fa che prendersi cura di sè stessa.

Esemplare, da questo punto di vista, tutta la lunga sequenza in cui Maggie decide di far esibire Jimmy a un reading di poesia per adulti, suscitando non l’ammirazione ma la perplessità di tutti i presenti. Ci vuole talento per non far precipitare nel grottesco o nell’inverosimile un personaggio così: e invece Maggie è bravissima nel recitare sempre sul filo del rasoio, alternando sguardi di ghiaccio a momenti in cui invece i suoi occhi si riempiono di lacrime vere e di autentica commozione. In questo quadro, forse l’immagine più iconica di tutto il film è allora quella – usata anche per il poster promozionale – che la vede abbandonata sulla poltroncina verde del traghetto per Staten Island, accanto a Jimmy, dopo la deludente serata di poesia: lo sguardo perso nel vuoto, gli angoli della bocca vero il basso, il piede lievemente angolato verso l’esterno, in una postura che non è né di delusione né di indignazione, ma solo di stupefatta rassegnazione di fronte al grigiore del mondo, alla sua mancanza di fantasia.

Lei la fantasia ce l’ha. Ne ha troppa, forse, tanto che non esita a fare ciò che non avrebbe dovuto, diventando in tal modo più simile a una bad girl da romanzo noir che a un’educatrice da romanzo di formazione. Ma sempre con un filo di ambiguità. Di esitazione. Di lontananza. Abbiamo capito bene perché fa quel che fa nel finale? O ci stiamo lasciando invadere dal pregiudizio?

È una bad girl o una good girl? Maggie Gyllenhaal non chiarisce. Lascia il personaggio immerso in un alone volutamente indistinto. E si congeda da noi lasciandoci nel dubbio: chi è davvero Lisa Spinelli? Un mostro o una santa? Una cinica profittatrice o una generosa protettrice? Un’anima candida o un’anima nera?