Colette – La recitazione di Keira Knigthley

ARTICOLO DI Gianni Canova

Ci sono due diverse possibili reazioni di fronte alla performance di Keira Knightley nei panni della protagonista del film che il regista Wash Westmoreland ha dedicato alla scrittrice francese Colette. La prima è quella di coloro che la giudicano una prova sicuramente lodevole ma anche alquanto accademica e ligia ai canoni e alle regole del biopic di scuola inglese: recitazione d’alta scuola, impeccabile ricostruzione ambientale, ma anche assenza quasi totale di quella carica “libertaria, amorale e ribelle” che avrebbe fatto di Colette un’icona trasgressiva della cultura europea del ‘900. A ciò si aggiunge anche l’irritazione di coloro che, avendo visto il film in lingua originale, lamentano una recitazione in perfetto accento britannico in bocca a personaggi che sono invece di lingua e cultura francese. Ma la globalizzazione del biopic produce, tra gli altri, anche questo effetto.

Per converso, c’è invece la posizione di chi loda in Keira Knightly – da sempre attratta dai personaggi in costume, da Orgoglio e pregudizio a Anna Karenina la capacità di concentrare la trasgressione in piccoli gesti, in sguardi minuti, in dettagli: le basta il modo di afferrare un frutto da un cestino e di addentarlo per lanciare una sfida a chi la sta guardando. Del resto, si sa, storicamente Colette è stata proprio l’emblema di una mutazione epocale: dapprima docile strumento nelle mani del compagno, per cui scriveva romanzi libertini lasciando che uscissero col nome di lui, poi sempre più spesso orgogliosa rivendicatrice della propria maternità artistica e del modo fieramente indipendente di vivere la propria sessualità nella Parigi della Belle Epoque.

Fate attenzione a come si muove e a come cammina, la Colette di Keira Knightley: in una società che costringeva le donne a indossare abiti lunghi e che riteneva inammissibile (se non addirittura illegale) che una donna indossasse i pantaloni, Keira fa di Colette un personaggio che rivela la sua natura bisessuale fin dal modo in cui si muove, lontano tanto dalle morbidezze affettate del galateo femminile dell’epoca quanto dall’ostentata e spavalda sicurezza tipica di tanti comportamenti maschili. Che porti le treccine o la cravatta, un cappellino alla moda o un costume egiziano, la Colette di Keira Knightley lascia intravvedere la grinta tenendola a bada, e lascia scorgere il turbinio di passioni che la abita pur senza mai ostentarlo apertamente.

Forse è per questo che la sua prova può essere giudicata in modi così diversi: perché – in piena coerenza con la sua carriera precedente, e con personaggi memorabili come la Sabrina Spielrein sospesa tra Freud e Jung in A Dangerous Method di David Cronenberg – Keira Knightley è un esempio insuperabile di recitazione ossimorica: anticonformista con eleganza, spregiudicata con giudizio. Sempre in perfetto equilibrio fra l’eccezione e la regola, fra la norma e la sua trasgressione.