Bohemian Rhapsody – Il montaggio di John Ottman.

ARTICOLO DI Gianni Canova

Tempo di lettura: 3 minuti

Lo confesso. Ho pianto.

Più di una volta. Insistentemente.

Non ho pianto solo alla scena-madre dell’abbraccio di riconciliazione tra Freddie Mercury e il padre, severo zoroastrista da sempre ostile alle scelte di vita del figlio. Ho pianto ripetutamente anche nei venti minuti finali, quelli riservati alla performance dei Queen a Wembley per il Live Aid del 1985. Lì non c’erano ricatti affettivi, identificazioni empatiche di ruoli, sentimenti storti che si raddrizzano.

Lì c’era la musica, e basta. La potenza della musica. L’energia della musica.

Lì era il connubio fra musica e cinema a essere emozionante. Era la perfetta sintonia di immagini e suoni a consentire al cinema di diventare la rampa di lancio verso lo strato più profondo (o più alto) delle nostre emozioni.

Lo confesso: non sono uno di quei fan dei Queen che conoscono la vita dei loro idola meglio della propria e che si adombrano per presunti errori o omissioni nella ricostruzione del biopic. Conoscevo la musica dei Queen, non le loro storie. Ora le conosco un po’ di più. Ora capisco meglio il mito.

“È bello, Bohemian Rhapsody?”, mi ha chiesto al telefono un amico mentre rincasavo.

“Non so se è bello…”, gli ho risposto. “Ma so che è potente…”.

Magari a tratti è anche un po’ rozzo, un po’ ruvido, un po’ esagerato, ma come lo è il rock.

So, soprattutto, che è un film che trasmette energia. Energia vitale, energia ritmica.

Il merito? Della musica dei Queen, prima di tutto. Della performance di Rami Malek, che ricrea Freddie Mercury sullo schermo con un mimetismo, un’adesione e una condivisione davvero da brividi. Ma poi c’è il ritmo. E il ritmo è montaggio. Fin dall’incipit, con la scena di Freddie che si avvicina in auto allo stadio di Wembley, il montaggio di John Ottman (montatore e compositore di fiducia del regista Bryan Singer fin dai tempi di I soliti sospetti) martella, seziona, ingrandisce, scivola, taglia, picchia, scuote. Prima il microfono, dall’alto, poi un dettaglio della chitarra. Poi le ruote dell’auto. Un totale della folla stipata nello stadio. Freddie di spalle, canottiera bianca. Due salti sul palco, poi il boato della folla. Vicino, lontano. Campo lungo, primissimo piano. Dettaglio. Stop.

È il ritmo il vero cuore pulsante di Bohemian Rapsody. Della canzone come del film. E non sono solo le scene trascinanti dei concerti a esaltare la funzione del montaggio (penso anche solo all’inquadratura sui piedi del pubblico che battono all’unisono e picchiano al suolo mentre i Queen intonano We Will Rock You). Anche nelle scene drammaturgicamente più complesse – come il dialogo fra Freddie e Mary sotto la pioggia, o l’incontro con la band dopo il momentaneo allontanamento – il montaggio di John Ottman è impeccabile nel ripartire gli sguardi e i piani, nell’isolare un’espressione, nell’accelerare o rallentare secondo le necessità espressive. Nel dare a questo sontuoso biopic l’allure e il tono di un’opera lirica: quasi una Carmen o una Madama Butterfly del rock.

“Ma le cose non andarono proprio così..” commentano i puristi. “Freddie non era solo questo..” chiosano i fanatici. “Il film è sfacciato, rumoroso, eccessivo…”, annotano annoiati gli snob della critica altolocata. Dimenticano, tutti, che qui non è con la realtà che abbiamo a che fare, ma con la leggenda. Con la manutenzione di una leggenda. E dimenticano i versi con cui inizia la canzone che dà il titolo al film: “Is this the Real Life? Is This Just Fantasy?”.

Questa è la vita vera? O è solo fantasia?

E se fosse solo il cinema, che perennemente fa lo slalom fra l’una e l’altra?