Troppa grazia – La fotografia di Vladan Radovic

ARTICOLO DI Gianni Canova

Nascosta in piena vista.

Si intitola così la canzone scritta da Niccolò Contessa (ed eseguita da I Cani) che Gianni Zanasi ha scelto per accompagnare i titoli di coda del suo Troppa grazia.

Il testo è bellissimo e – a suo modo – illuminante: “Dentro i fili d’erba / tra le crepe dell’asfalto / nello spazio vuoto / ho creduto di vedere anch’io / qualcosa che non c’è”.

Troppa grazia ha a che fare, in effetti, con un’apparizione nascosta in piena vista.

E con una narrazione che fa fare anche a noi spettatori l’esperienza della protagonista Lucia, interpretata da Alba Rohrwacher: vedere qualcosa che gli altri non vedono.

Qualcosa che vede solo lei. Lei con noi. Qualcosa che forse c’è e forse no. Che per gli altri (i “normali”) non c’è, ma per noi sì. Perché noi la vediamo la Madonna che appare alla geometra Lucia, e le chiede di far costruire una Chiesa là dove gli uomini vorrebbero edificare una delle tante speculazioni immobiliari di questa nostra Italia in cui speculazione e corruzione sono ormai norma, tanto che nessuno le vede neanche più. Lei no.

Lucia le vede, la corruzione e la speculazione. Si indigna. Ma sa che le vede solo lei. Forse è per questo che la Madonna appare proprio a lei e solo a lei. Perché lei vede. Certo anche lei sulle prime è incredula, teme di essere vittima di un’allucinazione. Va persino da uno psichiatra a raccontare le sue strane visioni. Eppure, nascosta in piena vista, la Madonna è lì. Quasi un ossimoro vivente: visibile anche se nessuno la vede. In una scena si accapiglia pure con Lucia. La provoca, le strappa i capelli. E Lucia le rende pan per focaccia. Noi le vediamo, le due donne, mentre si picchiano. Ma tutti gli altri personaggi, disposti dietro una vetrata come davanti a uno schermo, non vedono Maria e osservano allibiti le contorsioni solitarie di Lucia, manco fosse una performer di danza contemporanea.

Non è facile rendere credibile una storia così. Non è facile mantenere salda nello spettatore la sospensione dell’incredulità anche di fronte a una storia di apparizioni che renderebbe increduli perfino una clarissa o un carmelitano scalzo. Per riuscirci Zanasi chiede aiuto a Vladimir Radovic, il grande direttore della fotografia che già aveva lavorato con lui in La felicità è un sistema complesso. E Radovic (Anime nere, Vergine giurata) riesce nel miracolo di rendere credibile il miracolo dell’apparizione costruendo proprio con la fotografia un universo in bilico fra reale e fantastico, dove toni da commedia italiana contemporanea si mescolano e coabitano con atmosfere fiabesche e con luci da racconto iniziatico alla Stephen King.

Fin dalla prima sequenza, con una madre e una bimba sedute in un prato, di notte, mentre una stella cometa o un asteroide solcano il cielo, capiamo di essere in una storia che finalmente non teme di sfidare quella “dittatura del realismo” che da troppo tempo agisce come un cappio al collo per tanto cinema italiano. Nel prosieguo del film, in tutti gli esterni diurni Radovic spalma sui capelli biondi di Alba Rohrwacher una luce che ha il colore caldo del grano e del sole, mentre nei notturni la pastosità dell’immagine si fa più cupa, oppure diventa sfumata e velata, e oscilla fra verdi e blu che sembrano volerci portare dentro un acquario. Tutto diventa fluido, liquido, oscillante. E non a caso è l’acqua l’elemento evocato dalla Madonna per indurre Lucia a convincere gli uomini a non costruire sul terreno denominato L’Onda.

Tutto il finale è un piccolo gioiello fotografico e visivo. Dalle luminarie del luna park, con Lucia e sua figlia sui dischi volanti, ai fuochi dell’esplosione ripresi in campo lungo via via fino alla luce della luna sulle distese verdi dei prati e alle pareti della grotta-cattedrale sotterranea su cui l’acqua produce liquidi giochi d’ombra e di luce, Troppa grazia si conclude con una sorta di poesia del visibile. Nella consapevolezza che il cinema implica sempre la medesima sfida: riuscire a far vedere qualcosa che è sempre, di fatto, nascosta in piena vista.