Notti magiche – Il casting di Elisabetta Boni

ARTICOLO DI Gianni Canova

Cinico. Acido. Feroce. Ma anche affettuoso, complice, nostalgico.

Notti magiche è per Paolo Virzì un po’ ciò che Amarcord è stato per Federico Fellini: un’immersione memoriale e danzante dentro la nebulosa dei ricordi. Quelli dell’adolescenza nell’Italia fascista degli anni ’30 per Fellini, quelli del primo impatto col cinema romano all’inizio degli anni ’90 per Virzì. In entrambi i casi, il registro è volutamente giocoso, caotico, ribaldo e sorridente, ma anche graffiante e mordace.

La notte dell’estate ‘90 in cui si giocò Italia-Argentina. La voce di Bruno Pizzul nelle case di tutti gli italiani. I rigori sbagliati di Serena e Donadoni. Il sogno Mundial dell’Italia che si infrange in pochi istanti. Tutto ciò, però, nel film è solo un pretesto. O il contesto. Le Notti magiche di Virzì sono quelle dell’ultima grande stagione del cinema italiano, quando ancora c’erano Fellini Scola e Monicelli, ma già dietro l’angolo si profilava la crisi che avrebbe travolto la società italiana con Tangentopoli e il crollo della Prima Repubblica (in una rapida sequenza del film, non a caso, si intravede Bettino Craxi).

È un’epoca che Virzì rievoca con un’energia, un’adesione, un coinvolgimento e un’irrispettosa ammirazione che davvero fanno pensare a Fellini. Ma se in Amarcord, prima di tutto, erano indimenticabili le facce e i ruoli, in modo analogo anche in Notti magiche uno dei punti di forza più evidenti è dato dal casting di Elisabetta Boni. Che fa alcune scelte magari anche rischiose ma senz’altro azzeccate. La prima: attori poco noti o addirittura esordienti nei ruoli da protagonisti. Proprio come in Amarcord. I tre giovani sceneggiatori, finalisti del Premio Solinas, che arrivano a Roma e vengono risucchiati in un mondo molto diverso da come l’avevano immaginato, sono interpretati da tre giovanissimi attori, ognuno dei quali incarna – in modo neanche troppo mascherato – l’alter ego finzionale di uno dei tre sceneggiatori del film.

Giovanni Toscano – esuberante, vitale, debordante di idee e di ormoni – è Luciano Ambrogi, il toscano che viene da Piombino ed è l’evidente proiezione dello stesso Virzì. Mauro Lamantia – pignolo, coltissimo, un po’ pedante, innamorato del cinema in modo viscerale – è Antonino Scordia, il ragazzo che viene dal Sud e in cui non è difficile intuire qualcosa dello sceneggiatore Francesco Piccolo. Infine Irene Vetere – insicura, introversa, fragile, anfetaminica – è la romana Eugenia Malaspina, personaggio in cui non è difficile intravedere la maschera della terza sceneggiatrice del film, Francesca Archibugi.

Anche Fellini in Amarcord aveva voluto attori poco più che esordienti – come dicevamo – per i ruoli dei protagonisti. Ma poi aveva lavorato di cesello sui ruoli “minori”, chiamando attori noti a interpretare ruoli diversi da quelli abituali (su tutti Ciccio Ingrassia, innalzato dai piani bassi del cinema parodistico-popolare alla scena tragica dello zio matto che sale su un albero e urla: “Voglio una donna…!!!”). Elisabetta Boni fa scelte ugualmente coraggiose: fa di Andrea Roncato (lo ricordate nella coppia Gigi & Andrea?) un’icona irresistibile del regista engagé che vive in uno scantinato, e intona la liturgia vittimista dell’Autore a cui non farebbero fare film perché artefice di un cinema ”scomodo”; poi prede la dolcissima Marina Rocco e ne fa un’efficacissima “ragazza coccodé”, passata dai lustrini arborian-televisivi di Indietro tutta al sofà e al letto di un sedicente produttore in realtà soprattutto faccendiere, trafficone, maneggione e volgarissimo, interpretato da un superbo e autoironico Giancarlo Giannini (che fa il verso, forse, a Leo Pescarolo).

Come in Amarcord, non c’è un ruolo – neanche uno! – sbagliato: dallo sceneggiatore Giorgio Arlorio nei panni di sè stesso a una felliniana Ornella Muti nei panni della diva rossovestita e smutandata via via fino a Giulio Scarpati nella parte del politico padre della giovane sceneggiatrice disturbata o a Ludovica Modugno in quelli dell’avvocatessa “stronza”, evidente allusione alla figura di Giovanna Cau, notissima e cinica avvocatessa del cinema romano.

Ci sono tutti. Ballano mangiano spettegolano parlottano sbevacchiano tramano sputtanano. La sceneggiatura li elenca diligentemente con il nome di battesimo, e non è detto che lo spettatore li riconosca: Ettore (Scola), Gillo (Pontecorvo), Citto (Maselli), Mario (Monicelli), Suso (Cecchi D’Amico), Lina (Wertmuller) e tanti altri, via via fino al misterioso e solitario Pontani, interpretato da un sorprendente Ferruccio Soleri (2283 volte nel costume di Arlecchino sul palco dei più importanti teatri italiani), altra spiazzante scelta di cast per un personaggio connotato da un’antonioniana solitudine, oltre che da un’irresistibile capacità di seduzione senile.

Così come in Amarcord c’erano interpreti dalle provenienze più disparate nel caravanserraglio dello spettacolo, da Magalì Noell a Pupella Maggio, da Nando Orfei a Alvaro Vitali, da Adriana Asti a Ave Ninchi e Romolo Valli, qui ci sono Roberto Herlitzka, Paolo Bonacelli, Simona Marchini, Eliana Miglio, Tea Falco e tanti altri.

Tutti insieme appassionatamente, in una sorta di felliniano carosello ballerino che chiama tutti a raccolta per evocare splendori e miserie di quella sublime stagione del cinema italiano. Perché saranno anche grotteschi, volgari e caciaroni quei protagonisti del nostro cinema, ma in ogni caso erano giganti. La morale, alla fine, è affidata (è un caso?) all’ufficiale dei carabinieri interpretato da Paolo Sassanelli: è lui che tira le fila del “giallo” e del racconto, dando lezioni di cinema ai tre aspiranti sceneggiatori. “Volete fare gli sceneggiatori – dice – ma non sapete fare gli spettatori…”. Sante parole.

Forse è davvero di questo che ha bisogno da qualche decennio a questa parte il nostro cinema. Di spettatori.