Il Presidente – Le location e l’ambientazione

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Un hotel a 3000 metri di altezza, immerso fra le nevi della cordigliera delle Ande.

Visto dall’alto, potrebbe avere qualche somiglianza con l’Overlook Hotel di Stanley Kubrick in Shining. Ma quello aveva davanti a sé un labirinto, questo apparentemente non ce l’ha.

Però ha una strada tortuosa, tutta curve e tornanti, che fende la neve per arrivare fin lassù e che qualcosa di labirintico ce l’ha.

E poi ci sono i personaggi: i Presidenti di tutti i Paesi del continente Sud-Americano, riuniti per un vertice che deve assumere importanti decisioni sul futuro energetico del continente stesso.

Labirintico è il contesto, labirintici i movimenti della macchina da presa, labirintica la mente di alcuni dei protagonisti. E labirintica, nella visione del regista – l’argentino Santiago Mitre, non ancora 40enne – è in fondo proprio la politica: arte della negoziazione e dell’inganno, della simulazione e del ricatto, delle strette di mano e delle pugnalate alle spalle.

Il Presidentecome Lincoln di Spielberg, come L’ora più buia di Joe Wright, come Le confessioni di Roberto Andò – è un forte intenso raffinato film sulla politica come arte di non perdere mai l’orientamento per quanto labirintico possa apparire il mondo.

La location, in un film come questo (che nella versione originale si intitola non a caso La Cordillera), è fondamentale: isolati lassù, lontani dal mondo, i politici protagonisti del film sentono (e rendono visibile…) tutta la tortuosità del loro agire.

Anche Roberto Andò, in quel bellissimo film sul potere che è Le confessioni, aveva isolato i suoi capi di stato in un grande albergo sul Mare del Nord: ma lì prevalevano le linee rette, le connessioni fra interno e esterno, gli angoli, gli incroci. Nel film argentino invece prevalgono le linee curve, i movimenti sinuosi, i pianisequenza dentro gli ambienti spesso in penombra. E quando il thriller politico incentrato sulla figura del neo-presidente argentino (un Ricardo Darin ammirevole per misura, fascino, ambiguità, intensità…) scivola a poco a poco verso il thriller familiare, con un trauma dell’infanzia che a poco a poco viene a galla, e turba e graffia e scuote, è ancora una volta la location a far risaltare quel mondo di fantasmi rimossi che riaffiorano alla mente e si fissano in inquadrature che arrivano anche a far coesistere tre volti diversi, l’uno sull’altro, in un’unica sovrimpressione.

Fantasmi, illusioni, ricordi. Il vero labirinto è quello della mente umana, li dove si formano le decisioni e nascono le azioni. E la decisione finale del neopresidente – “l’uomo comune” che irrita i potenti perché sfugge ai canoni e ai convenevoli della politica – arriverà tortuosa ma sorprendente. E sarà in sintonia con le “curve” che il personaggio ha percorso lungo tutto il corso del film.