Euforia – La regia di Valeria Golino

ARTICOLO DI Gianni Canova

Tempo di lettura: 3 minuti

Fate attenzione al poster di Euforia.

A cosa mostra e a come lo mostra.

Il cosa: due uomini e una donna, di corsa, sull’asfalto della strada bagnato dalla pioggia.

Lei, la donna, è tra i due maschi, che indossano abiti dai colori simili.

Viene subito in mente una situazione analoga in Jules e Jim di François Truffaut.

Solo che lì i due maschi erano amici/rivali, qui sono due fratelli.

Il come: l’inquadratura è obliqua. Come ruotata. Quasi fossimo in un film di Jean Luc Godard.

Fa molto nouvelle vague, il poster di Euforia di Valeria Golino.

E lo fa volutamente, in piena consapevolezza: anche qui, come in tanti film targati nouvelle vague,

si parla di sentimenti e di relazioni. Anche qui si sente pulsare il respiro della vita.

L’inquadratura però, dicevamo, pone i personaggi come su un asse obliquo rispetto all’orizzontalità del titolo del film. La scelta è illuminante e, a suo modo, rivelatrice: Euforia è prima di tutto un film di linee che si intersecano, di tragitti che si inseguono, di rette che si incrociano.

Un film geometrico. Un film che disegna con geometrie precise perfino i personaggi, i due fratelli protagonisti.

Uno (Matteo, Riccardo Scamarcio) è estroverso, intraprendente, vitale.

È un uomo di successo, vive in una bella casa, e compensa con la sua esuberanza il malcelato senso di colpa per la sua omosessualità. L’altro (Ettore, Valerio Mastandrea) è più chiuso, schivo, ombroso. Il primo è sano, il secondo malato. Ma Valeria Golino non si limita a caratterizzarli sul piano psicologico e comportamentale, come si sarebbero accontentati di fare molti altri registi.

Lei li connota anche geometricamente. Matteo è un personaggio orizzontale, Ettore è invece verticale. Matteo vive di superfici, è esuberante ma piatto, non ha né guizzi verso l’alto né cadute verso il basso. Per dinamizzare la sua orizzontalità, non a caso, la regia si inventa il bellissimo gioco di ombre e di luci sul suo corpo nudo nella sequenza iniziale.

Ettore, al contrario, è verticale. Guarda in su, verso gli stormi di uccelli che solcano il cielo, e in giù, verso le profondità sottomarine, di cui è appassionato studioso e cultore. La sua emotività vive su questo asse: e la sua “verticalità” è esplicitata e ribadita nell’episodio in cui un gabbiano dall’alto dei cieli lascia cadere un pesce che aveva nel becco e lo fa finire proprio sulla testa di Ettore. La testa: là dove si annida la malattia del personaggio è anche il “luogo” in cui su e giù, alto e basso, cielo e mare si incontrano e coabitano.

Ettore è la profondità, Matteo è l’estensione.

È questa geometria dei sentimenti che rende Euforia un film così particolare e così diverso da tanti altri cancer movie: con pudore e con grazia, con reticenza ed eleganza, senza ricatti emotivi, senza retorica del dolore, Valeria Golino mette in scena un film che – prima di tutto – cerca la sua forma. E la trova. Perché è questo che devono saper fare i film (come i racconti, i dipinti, le canzoni): trovare la strada giusta per dare forma (e senso) al mondo.

La forma di Euforia è un gioco di linee (anche linee di luce, come in molte bellissime sequenze medicali) che geometrizzano i sentimenti. Li mettono in ordine. Li rendono leggibili anche a noi. Ma la geometrizzazione non raffredda le emozioni, anzi.

Nel suo continuo alternare primissimi piani che stringono i volti come in una morsa d’amore e di possesso visivo, e campi lunghissimi che aprono lo sguardo e lo librano nello spazio aperto infinito, Valeria Golino fa a pezzi la retorica prevalente adottata dal cinema italiano quando mette in scena la famiglia (che è la retorica del rancore e del ricatto, dell’invidia e del veleno, da Parenti serpenti a A casa tutti bene) e orchestra invece un duetto drammaturgico e visivo sul tema della fratellanza che ha grazia e dolcezza e complicità e ironia e cognizione del dolore e dell’amore. Armonie, disarmonie, iati, vuoti, pieni, silenzi: non è facile far risuonate questa musica sullo schermo. Valeria Golino ce la fa. E conferma, dopo Miele (20113), di essere uno degli sguardi più eccentrici e proprio per questo più interessanti del cinema italiano contemporaneo.