The Children Act – Il verdetto – La recitazione di Emma Thompson

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Entra in scena di spalle. È concentrata sulle sue carte. Sul suo lavoro. Sul caso di due neonati siamesi che lei deve decidere, con una sua sentenza, se separare o no. Quando il marito le parla, non si gira neppure. Non stacca. Non si mostra. Né a lui né a noi. Fiona Maye, giudice della Corte suprema britannica, non accetta distrazioni. Ha fatto del suo lavoro e dell’esercizio della Legge la sua ragione di vita. Nessuna emozione può distrarla dalla Causa. Le emozioni vanno tenute a freno. Lei lo fa. Le nasconde, le dissimula. Un battito di ciglia, una pausa appena più lunga del necessario, un sopracciglio inarcato: questo è il massimo che il suo viso lascia trapelare.

Elegante e austera, Fiona Maye è una donna algida. Ha sacrificato al suo lavoro il matrimonio, ha rinunciato ad avere figli. Quando il marito arriva a dirle – provocatoriamente – di aver bisogno di un’amante per colmare il vuoto, lei – dopo il primo disappunto – reagisce col silenzio. Ma è un silenzio che parla. Che urla.

Da tempo non vedevamo Emma Thompson così “in parte”. Così perfetta, così credibile, così vera. Con una recitazione tutta giocata in sottrazione, fatta di dettagli impercettibili, di pause, di sguardi in tralice, di soprassalti trattenuti, di gesti controllati, l’attrice britannica (già interprete di prove memorabili in film come Casa Howard, Quel che resta del giorno, Ragione e sentimento) dà veramente lezioni di stile.

Il momento più “virtuoso” arriva poco prima del finale: un lungo piano sequenza di parecchi minuti in cui lei cessa di essere la sfinge impenetrabile che è sempre stata e prova a confessare al marito l’indicibile. Ciò che ha paura di dire anche a sè stessa. Fradicia di pioggia, coi capelli sempre impeccabili ora grondanti e impiastrati sul capo, con l’elegante vestito color verde smeraldo appiccicato al corpo per la pioggia, Fiona/Emma si inerpica in un monologo che cerca di comunicare lo smarrimento in cui è precipitata la sua vita e il motivo per cui sente di aver paura perfino di sé stessa e dei propri sentimenti. Mentre la camera stringe su di lei, senza stacchi, portando la scena e tutto il film a uno struggente climax emozionale, lei improvvisamente incomincia a piangere. E quelle lacrime che solcano il volto sono la prova di un’emozione “vera” di cui lei si fa espressione.

È “attrice” nel senso etimologico del termine, Emma Thompson: è colei che agisce un’emozione, che la porta avanti, che le dà corpo e voce. La sua bravura, in The Children Act, sta soprattutto nel gioco finissimo del lasciar trapelare le emozioni non rendendole mai completamente visibili, in un ricamo di piccoli smarrimenti e di deragliamenti continui che non mettono in discussione la capacità di controllo razionale del personaggio che sta interpretando. Almeno fino alla scena in cui il ragazzino che lei, con la sua sentenza, ha salvato da una morte certa (è un testimone di Geova, la sua famiglia e la sua fede rifiutavano la trasfusione di sangue di cui aveva bisogno per sopravvivere…) non le fa intuire tutto il terremoto che la sua apparizione e la sua decisione hanno provocato in lui.

E allora lei resta lì, come sospesa. Sospesa e sorpresa. Obbligata a fare i conti con una parte di sé che fino a quel momento aveva fatto di tutto per dimenticare. Per addomesticare. Una parte che ora torna. Che affiora. Che non si può più nascondere. E lei, non a caso, ce la fa intravvedere. Recita la sua riemersione. A questo, in fondo, servono gli attori: a dar corpo a quei fantasmi che abbiamo dentro e che da soli, forse, non riusciremmo mai a vedere.