A Star Is Born – La recitazione di Lady GaGa

ARTICOLO DI Gianni Canova

Dicono che questa volta si è messa a nudo. Che si è mostrata per quello che è. Senza trucchi. Senza parrucche. Senza abiti shock. Per il suo vero esordio sul grande schermo (dopo il piccolo ruolo da vampira nella serie American Horror Story) Lady GaGa – dicono – è tornata ad essere Stefani Angelina Germanotta: la ragazza dal naso troppo grosso e dal corpo non esattamente aggraziato che da una decina d’anni a questa parte lei ha cercato di nascondere e di occultare sotto le acconciature più provocatorie e le parrucche più faraoniche, non disdegnando neppure di avvolgere il proprio corpo in un abito fatto di bistecche bovine.

Per interpretare la parte di Ally in A Star Is Born, in effetti, Lady GaGa si è tolta gli orpelli più appariscenti della sua icona mediatica. Ma l’ha fatto per indossare la maschera più difficile: quella di chi deve far credere di essere senza maschera. Perché è proprio questo che colpisce nella sua performance attoriale accanto a Bradley Cooper: l’abilità con cui riesce a orchestrare la messinscena dell’autenticità e la simulazione del denudamento. Proviamo a vedere come.

Dopo il prologo in cui la vediamo nella toilette del ristorante in cui lavora intenta a liquidare al telefono un invisibile fidanzato, la prima scena impegnativa che la sceneggiatura le chiede di interpretare è – non a caso – una scena che implica al contempo un mascheramento e uno smascheramento. Le due cose insieme, in modo ossimorico: con maschera e senza maschera.

Senza: in un locale in cui si esibiscono drag queen e travestiti, lei è l’unica a non cambiare identità sessuale e a presentarsi per quello che è: una donna.

Con: anche lei indossa comunque un abito di scena, non tanto per le calze a rete e i tacchi a spillo, quanto per le sopracciglia adesive finte, per le rose che distribuisce al pubblico mentre canta La vie en rose e per la parrucca di colore diverso da quello naturale dei suoi capelli.

Come dire: bisogna pur sempre mascherarsi per interpretare la retorica della sincerità.

Poco dopo, del resto, appartatasi con la rockstar alcolizzata e in declino Jackson Maine, lei si lascia di fatto “spogliare”: si toglie le sopracciglia adesive e rivela il vero colore dei suoi capelli. Si denuda? Non proprio. Si toglie una maschera per assumerne un’altra. Perché non si sopravvive senza maschere nel mondo messo in scena da questo film. Forse, non si sopravvive neppure nel mondo tout court. Le battute scherzose sul naso troppo grosso, così come il movimento del dito che sfiora il profilo del volto, sono piccoli dettagli che tendono a fissare la maschera nei suoi tratti salienti (archetipici, verrebbe da dire) per poi riprendere il gioco degli infiniti mascheramenti successivi. Perché da camerierina acqua e sapone piena di complessi e con scarsa autostima Ally si costruisce prima come icona rock, poi diventa pop, quindi si piega ai diktat del mercato, accetta che le facciano i capelli color carota e che le trucchino gli occhi in un certo modo.

La metamorfosi del personaggio, in fondo, è simile a quella dell’attrice che la interpreta: riesce a fare delle sue imperfezioni un elemento di fascino e a trasformarle, anzi, in un valore aggiunto. Di fatto, il film di Bradley Cooper, oltre che l’ennesimo remake di un cult del cinema hollywoodiano, è anche e soprattutto una parabola su di lei, su Stefani Angelina Germanotta, sul brutto anatroccolo che diventa cigno della scena mediatica, sulla cenerentola che trova il suo principe azzurro e diventa più “azzurra” di lui. Insieme, A Star Is Born è anche una metafora sul talento e sul successo. Perché – come dice nel film il padre di Ally – c’erano in giro altri crooner che avevano più talento vocale di Frank Sinatra, ma nessuno di loro è diventato Frank Sinatra. Appunto: non basta il talento. Un po’ di talento ce l’abbiamo tutti. Ma non tutti sanno dov’è il loro talento. E pochissimi sanno come usarlo, il talento. Perché per usarlo bisogna avere qualcosa da dire, e sapere come dirlo.

Bisogna avere la forza e il coraggio di andar giù giù, a frugare nella propria anima, per poi farla venire a galla e donarla agli altri.  Il film di Bradley Cooper su Stefani Angelina Germanotta ci dice proprio questo: c’erano e ci sono in giro tante ragazze con più talento di lei, e più belle di lei, ma nessuna di loro è diventata Lady GaGa. Nessuna è diventata Ally. Perché lei ha saputo andare giù, in fondo a sé stessa. Ci ha saputo convincere che potevamo crederle. E noi le crediamo. Al punto che ci si inumidiscono gli occhi quando intona Shallow in duo con Bradley Cooper. O quando attacca a cantare seduta al pianoforte con le labbra appiccicate al microfono. La musica? Non sono che 12 note fra un’ottava e l’altra. Ma possono produrre un suono molto diverso a seconda di chi le guarda. Lei, Lady Germanotta, sa come guardarle, le note. In A Star Is Born ci fa vedere come si fa. Indossa la maschera di Ally per mettere a nudo lo sguardo di Lady GaGa.