L’albero dei frutti selvatici – La regia di Nuri Bilge Ceylan

ARTICOLO DI Gianni Canova

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“È da tanto tempo che il mio cuore non dice più niente…”.

Lui e lei dialogano da qualche minuto, all’aperto, accanto a un albero, nella luce dorata dell’autunno incipiente. Lui è tornato a casa dopo essersi laureato in città, lei è una sua ex-compagna di scuola, che sta per sposare un altro. Poco prima lei si è tolta il velo e ha liberato i suoi capelli nel vento. Stacco. Campo lungo sul bosco. Foglie al vento, gialle, rossicce, color ruggine. Stacco.

La macchina da presa sulla nuca di lei. Si sofferma sui capelli, ci scivola su. 5 secondi. 10 secondi. Non è facile tenere così a lungo un’inquadratura così. Di nuovo stacco. Dall’alto, in plongé, tra le fronde degli alberi lui e lei si stanno baciando. Un bacio. Solo un bacio.

 

Ma la bravura di un regista si vede anche (soprattutto?) da qui: da come arriva al bacio. Da come lo rappresenta, da come lo mette in scena. Da come ci avvicina agli amanti pur tenendoci a distanza. Pochi altri registi, oggi, saprebbero filmare un bacio con la poesia e insieme il pudore con cui lo fa Nuri Bilge Ceylan. Che è – non a caso – uno dei più grandi registi viventi. Turco, classe 1959, anche se qualche anno fa ha vinto la Palma d’Oro a Cannes (con Il regno d’inverno, 2014), non è ancora noto al grande pubblico come meriterebbe. Viene ritenuto un autore difficile. Ostico. Non immediato.

Eppure il suo L’albero dei frutti selvatici – nonostante la lunghezza impegnativa: 188 minuti – è un film limpido, coinvolgente, profondo senza mai essere pesante. Ossigeno per il cervello, vitamina per la mente, proteina per gli occhi. Come mescolare Antonioni con Bergman, come spostare Ibsen in Anatolia, o Cechov in Turchia.

 

Al centro del film le complesse relazioni sociali e familiari di un ragazzo – Sinan – che torna a casa dopo essersi laureato in città e deve decidere se fare l’insegnante elementare come il padre o inseguire il sogno di diventare scrittore. Per tutto il film Sinan cammina. Testa piegata in avanti e mani in tasca, fende lo spazio con la determinazione di chi cerca ostinatamente la propria strada. Attraversa boschi, scende pendii, percorre ponti di ferro, costeggia cementifici e ciminiere, lambisce discariche di plastica e paesaggi devastati dall’inerzia e dall’incuria degli umani. Ceylan disegna linee precise nella composizione delle inquadrature e non nasconde la sua appassionata dromofilia, il suo amore per il camminare e per chi cammina. Lontano da Istanbul, nella terra che sta fra Troia e i Dardanelli, seguendo le peregrinazioni e le deambulazioni del suo protagonista, Ceylan sonda in profondità l’anima nascosta di un paese turbato, inquieto, legato a tradizioni e usanze arcaiche ma anche attraversato da impetuosi slanci di innovazione e di modernità.

 

Sinan, dunque, cammina. E poi interroga, provoca, insinua. Rompe, con la sua stessa presenza, la routine quotidiana. Dialoga. Insiste. E non fa sconti a nessuno. Non al padre, insegnante deluso e rovinato dal demone del gioco. Non alla madre, che accusa di aver sposato un uomo mediocre. Non agli Imam che discettano sul rapporto fra Corano e verità. Non fa sconti neppure a un celebre scrittore che incontra per caso in libreria e che pretende di dargli lezioni di arte e di vita. Le lunghe scene di dialogo – talora girate in pianosequenza – si alternano a scene in esterni dove è la natura che diventa protagonista, con una sensibilità luministica che ricorda quella di certi pittori impressionisti.

 

Dentro/fuori, dialogo/silenzio, stasi/movimento, consuetudine/innovazione: lavorando su coppie oppositive come queste, il film procede con passo sicuro e coinvolgente, disegnando un quadro sociale dominato dall’urgenza del bisogno economico e dalla cronica mancanza di denaro, incappa in immagini di indimenticabile forza (su tutte, quella del neonato con il volto divorato dalle formiche) e arriva a un finale nevoso e nebbioso, freddo, petroso, che nella sua voluta ambiguità, nel suo chiudere tragicamente ma lasciando la sensazione di non aver chiuso, o di poter chiudere in altro modo, è davvero un capolavoro di apertura e di polisemia.

 

Una vera opera aperta, insomma, che lascia a noi il compito di dare un senso a quello che abbiamo visto. Magari non scordando il titolo originale: Ahlat Agaci, Il pero selvatico. Che è anche il titolo del libro di Sinan, il libro che nessuno (o quasi…) ha letto. Ma dice qualcosa del film: solitario, informe, apparentemente privo di armonia, ma orgoglioso di essere lì, e di esistere, e di dare frutti. Nella convinzione che c’è sempre qualcuno, nel mondo, che preferisce i frutti selvatici a quelli tutti uguali, levigati e omologati, che luccicano insapori nelle vetrine dei blockbuster globalizzati.